Blog

  • Le Borse europee faticano a riprendersi dopo il forte selloff: DAX, CAC, FTSE100

    Le Borse europee faticano a riprendersi dopo il forte selloff: DAX, CAC, FTSE100

    Le Borse europee sono rimaste deboli mercoledì, con gli investitori ancora cauti dopo un’ondata di vendite che ha coinvolto diverse classi di attività, spinto nettamente al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato e interrotto il precedente slancio positivo dei mercati azionari.

    L’indice paneuropeo Stoxx Europe 600 è rimasto sostanzialmente invariato, mantenendosi vicino ai minimi delle ultime due settimane dopo aver registrato nella seduta precedente il peggior calo giornaliero in quasi un mese.

    Anche i principali listini regionali hanno mostrato variazioni contenute. Il DAX tedesco ha perso lo 0,2%, mentre il CAC 40 francese ha guadagnato lo 0,2%. Il FTSE 100 di Londra e l’IBEX 35 spagnolo sono rimasti pressoché invariati.

    Gli investitori stanno ancora valutando le conseguenze del ribasso di martedì, quando l’escalation delle tensioni nel Golfo Persico, l’aumento del prezzo del petrolio e i costi di finanziamento ai massimi pluriennali hanno provocato una rapida riduzione dell’esposizione agli asset rischiosi.

    I rendimenti obbligazionari più elevati pesano sulle valutazioni azionarie

    Il rendimento del Bund tedesco a 10 anni è salito al 3,22%, il livello più alto da maggio 2011, mentre quello del Treasury statunitense a 30 anni ha superato il 5,30%. Il forte aumento dei tassi privi di rischio sta facendo salire il tasso di sconto applicato alle azioni, aumentando la pressione sulle valutazioni.

    Tassi di sconto più elevati tendono a penalizzare soprattutto i settori orientati alla crescita e più sensibili alla duration, come tecnologia, software e immobiliare, poiché riducono il valore attuale dei flussi di cassa futuri attesi.

    Allo stesso tempo, rendimenti più elevati sui titoli di Stato rendono il debito sovrano più competitivo rispetto alle azioni. Quando i rendimenti degli utili societari offrono un premio limitato rispetto ai titoli governativi a rischio relativamente basso, gli investitori hanno maggiori incentivi a trasferire capitale dalle azioni alle obbligazioni.

    Le parole della BCE e il petrolio riaccendono le attese di un rialzo dei tassi

    I timori per una politica monetaria più restrittiva sono aumentati dopo che martedì il capo economista della Banca Centrale Europea, Philip Lane, ha avvertito che l’inflazione dell’Eurozona, attualmente intorno al 3%, rimane “ben al di sopra” dell’obiettivo del 2% della BCE.

    Sebbene l’inflazione sia scesa considerevolmente rispetto ai precedenti picchi a doppia cifra, Lane ha indicato che un livello vicino al 3% resta problematico per i responsabili della politica monetaria, soprattutto considerando il rischio che l’aumento dei prezzi dell’energia possa generare una seconda ondata di pressioni inflazionistiche.

    I future sul Brent sono rimasti vicini ai massimi delle ultime tre settimane, intorno a $91,50 al barile, mentre il traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz continua a subire forti disagi in seguito ai cambiamenti della situazione militare nel Golfo Persico.

    La combinazione tra inflazione persistente e prezzi elevati delle materie prime ha portato a una significativa revisione delle aspettative sui tassi. I mercati monetari stanno ora quasi interamente scontando un aumento di 25 punti base da parte della BCE nella riunione di settembre, abbandonando le precedenti aspettative di una lunga pausa.

    Lagarde e i verbali della Fed al centro dell’attenzione

    L’attenzione si sposta ora sulle dichiarazioni della presidente della BCE Christine Lagarde, dalle quali gli investitori cercheranno indicazioni su come i responsabili della politica monetaria intendano affrontare la combinazione di inflazione persistente, maggiori costi energetici e indebolimento della crescita economica.

    I mercati analizzeranno inoltre i verbali della riunione FOMC di luglio della Federal Reserve. Gli investitori obbligazionari e azionari cercheranno di capire quanto i funzionari della Fed fossero preoccupati per il rallentamento del mercato del lavoro prima del recente forte aumento dei costi di finanziamento a lungo termine.

    I due appuntamenti potrebbero fornire indicazioni importanti ai mercati globali mentre gli investitori valutano se le nuove pressioni inflazionistiche costringeranno le banche centrali a mantenere una politica monetaria più restrittiva anche in presenza di crescenti ostacoli alla crescita economica.

  • Banca Generali sale mentre il CEO di MPS valuta alternative all’offerta di Intesa

    Banca Generali sale mentre il CEO di MPS valuta alternative all’offerta di Intesa

    Le azioni di Banca Generali (BIT:BGN) hanno guadagnato circa l’1% mercoledì dopo indiscrezioni secondo cui l’amministratore delegato di Banca Monte dei Paschi di Siena (BIT:BMPS), Luigi Lovaglio, starebbe valutando possibili offerte di scambio azionario riguardanti Banca Generali e Banco BPM (BIT:BAMI).

    Secondo il quotidiano finanziario italiano Il Sole 24 Ore, le due potenziali operazioni sarebbero allo studio come alternative all’offerta pubblica lanciata da Intesa Sanpaolo (BIT:ISP) su MPS. Citando fonti bancarie, il giornale ha riferito che il consiglio di amministrazione di MPS non sarebbe ancora stato formalmente informato dei piani, anche se i consiglieri vicini a Lovaglio sarebbero stati avvertiti della possibilità di una riunione imminente.

    Meloni ha espresso preoccupazione per il futuro di MPS

    Le indiscrezioni arrivano dopo le dichiarazioni rilasciate la scorsa settimana dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in merito alla proposta di acquisizione da parte di Intesa. In un’intervista al quotidiano finanziario Milano Finanza, Meloni ha affermato di sperare che MPS non finisca “smembrata” a seguito dell’operazione.

    MPS è stata salvata dallo Stato italiano nel 2017 prima di essere riprivatizzata tra il 2023 e il 2024. Intesa ha successivamente presentato a giugno un’offerta non sollecitata per la banca, inizialmente valutata circa €30,6 miliardi.

    L’iniziativa di Intesa è arrivata dopo una precedente proposta di Banco BPM per una “fusione tra pari” con MPS, intensificando la competizione per il controllo dello storico istituto senese.

    Banco BPM ha poi abbandonato il progetto dopo che il suo principale azionista, la francese Crédit Agricole, aveva messo in dubbio la capacità di un’integrazione tra le due banche di medie dimensioni di creare valore sufficiente per gli azionisti di Banco BPM.

    La partecipazione in Generali aggiunge un’altra dimensione strategica

    La posizione di MPS nel settore finanziario italiano è cambiata significativamente dopo il completamento, a dicembre, dell’acquisizione di Mediobanca. L’operazione ha reso MPS il maggiore azionista di Generali, con una partecipazione di circa il 13% nella compagnia assicurativa.

    Questa quota è diventata successivamente un asset strategico importante nella più ampia partita che riguarda MPS e potrebbe assumere un ruolo significativo in qualsiasi potenziale operazione con Banca Generali.

    Meloni ha sostenuto in passato che la riprivatizzazione di MPS dovrebbe contribuire a rafforzare la concorrenza nel settore bancario italiano, favorendo la nascita di un terzo grande gruppo accanto a Intesa e UniCredit. Il governo ha inoltre sottolineato l’importanza dell’identità storica di MPS e del suo forte radicamento territoriale.

    Il piano di Intesa trasformerebbe le attività di MPS

    Secondo la struttura proposta da Intesa, circa metà della rete di filiali di MPS, insieme alla sede di Siena e al marchio, verrebbe ceduta alla compagnia assicurativa Unipol (BIT:UNI).

    Unipol integrerebbe successivamente queste attività con BPER (BIT:BPE), la banca che controlla, determinando potenzialmente una profonda riorganizzazione dell’attuale struttura di MPS.

    L’ipotesi di operazioni alternative con Banco BPM o Banca Generali aggiunge quindi un ulteriore elemento alla battaglia per il consolidamento intorno a MPS, anche se le opzioni riportate restano preliminari e non sarebbero ancora state formalmente sottoposte al consiglio di amministrazione della banca.

  • MPS starebbe valutando operazioni su Banco BPM e Banca Generali

    MPS starebbe valutando operazioni su Banco BPM e Banca Generali

    L’amministratore delegato di Banca Monte dei Paschi di Siena (BIT:BMPS), Luigi Lovaglio, starebbe esaminando due possibili operazioni di rilievo riguardanti Banco BPM (BIT:BAMI) e Banca Generali (BIT:BGN), come potenziali alternative all’offerta pubblica di acquisto e scambio recentemente lanciata da Intesa Sanpaolo (BIT:ISP) in accordo con Unipol (BIT:UNI).

    Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, gli scenari sarebbero ancora in una fase preliminare e il consiglio di amministrazione di MPS non sarebbe stato formalmente informato. Tuttavia, i consiglieri considerati più vicini a Lovaglio sarebbero stati avvertiti della possibilità che una riunione del CdA venga convocata in tempi brevi.

    Lovaglio potrebbe cercare di riequilibrare i rapporti con Intesa

    “Lovaglio, vero giocatore di poker”, spiega il quotidiano, “sta cercando di giocare il suo asso nella manica per ribaltare i rapporti di forza con Intesa nel round finale e decisivo delle trattative”.

    Qualunque iniziativa di questo tipo comporterebbe una notevole complessità. Il Sole ha descritto le possibili operazioni come “decisioni molto rischiose, soprattutto alla vigilia della decisione della Procura di Milano sull’indagine MPS-Mediobanca (BIT:MB)”, mentre MPS dovrebbe inoltre rispettare i vincoli derivanti dalla passivity rule, applicabile dalla comunicazione dell’offerta di Intesa.

    Nel caso di Banco BPM emergerebbe un ulteriore ostacolo significativo. Secondo Il Sole, un’eventuale operazione dovrebbe tenere conto “del veto annunciato dal principale azionista della banca, la francese Crédit Agricole, che controlla poco meno di un terzo del capitale”. Crédit Agricole possiede infatti il 29,3% di Banco BPM.

    Un’operazione su Banca Generali, invece, potrebbe diventare possibile “solo con l’accordo della controllante Generali”.

    La partecipazione in Generali potrebbe offrire un’altra opzione strategica

    Il Sole 24 Ore sottolinea che Lovaglio “si sente un uomo delle missioni impossibili” e potrebbe ancora disporre di un “jolly”: “la vendita, totale o parziale, del 13% di Generali, che controlla attraverso Mediobanca” e sulla quale “potrebbe intervenire la finanza francese”.

    Una simile operazione potrebbe offrire maggiore flessibilità strategica, anche se il numero di soggetti coinvolti renderebbe particolarmente complessa la sua realizzazione.

    Gli analisti di Equita hanno definito lo scenario complessivo “complesso”, sottolineando inoltre un “rischio di esecuzione significativamente più elevato rispetto all’offerta Intesa-Mps”.

    Equita segnala rischi di esecuzione più elevati

    Secondo Equita, MPS “si troverebbe a dover gestire in parallelo il completamento dell’integrazione di Mediobanca e altre operazioni di grandi dimensioni, aumentando significativamente il rischio di esecuzione rispetto a quello associato all’offerta di Intesa.”

    Gli analisti aggiungono che “il successo delle operazioni sarebbe subordinato al coinvolgimento e al consenso di stakeholder chiave, tra cui Crédit Agricole, Generali e azionisti rilevanti di MPS, oltre all’ottenimento di molteplici autorizzazioni regolamentari e al superamento dei vincoli derivanti dalla passivity rule.”

    Un altro aspetto riguarda il finanziamento e le potenziali sinergie. Equita osserva che “la logica finanziaria delle operazioni richiederebbe il raggiungimento di sinergie particolarmente ambiziose per sostenere la creazione di valore”.

    L’ipotesi Banca Generali richiama inoltre un precedente tentativo di consolidamento. “La possibilità di una combinazione con Banca Generali ricorda da vicino la proposta Mediobanca-Banca Generali del 2025, sollevando interrogativi sulla disponibilità degli stakeholder chiave ad approvare una struttura che poco più di un anno fa non aveva ottenuto il necessario sostegno dall’assemblea degli azionisti di Mediobanca”, conclude Equita.

    Equita ha confermato la raccomandazione buy su MPS e il target price di €12,40, rispetto agli €11,984 registrati dal titolo nelle contrattazioni mattutine, in calo dello 0,30%.

    Equita agisce o ha agito negli ultimi 12 mesi come consulente finanziario di Intesa Sanpaolo nell’ambito dell’offerta pubblica di acquisto e/o scambio avente ad oggetto strumenti finanziari emessi da Banca Monte dei Paschi di Siena.

  • Rendimenti obbligazionari e petrolio in rialzo aumentano la pressione su Wall Street: Dow Jones, S&P, Nasdaq, Futures

    Rendimenti obbligazionari e petrolio in rialzo aumentano la pressione su Wall Street: Dow Jones, S&P, Nasdaq, Futures

    Le azioni statunitensi si preparavano a un’altra apertura negativa martedì, con i futures sui principali indici in calo dopo la flessione registrata da Wall Street nelle due sedute precedenti.

    I titoli tecnologici apparivano particolarmente vulnerabili, con i futures sul Nasdaq 100 in ribasso dell’1,3% mentre l’aumento dei rendimenti dei Treasury esercitava ulteriore pressione sui titoli orientati alla crescita. Il rendimento del Treasury statunitense a 30 anni ha raggiunto il livello più alto in quasi due decenni, mentre gli investitori continuavano a valutare i rischi inflazionistici legati al conflitto in Medio Oriente.

    Il rialzo del petrolio alimenta i timori sull’inflazione

    I mercati energetici sono rimasti un’altra fonte di incertezza per gli investitori. I futures sul greggio statunitense sono saliti dello 0,8% dopo il balzo del 2,6% registrato lunedì, mentre diminuivano le speranze di un accordo tra Stati Uniti e Iran.

    La nuova accelerazione del petrolio ha rafforzato i timori che i costi energetici possano mantenere elevata l’inflazione, complicando potenzialmente le prospettive della politica monetaria nonostante il recente indebolimento di alcuni dati economici statunitensi.

    Daniela Hathorn, Senior Market Analyst di Capital.com, ha osservato che l’aumento dei rendimenti dei Treasury avviene “nonostante i recenti dati economici più deboli abbiano ridotto le aspettative di un imminente rialzo dei tassi da parte della Fed.”

    “Al contrario, il tratto lungo della curva sta reagendo ai persistenti rischi inflazionistici, all’elevato indebitamento pubblico e alla crescente competizione per il capitale, compresa l’emissione di debito associata al boom degli investimenti nell’IA”, ha affermato Hathorn.

    Ha aggiunto: “Questo crea un contesto difficile per le azioni, perché le condizioni finanziarie possono irrigidirsi anche senza che la Fed aumenti i tassi.”

    Wall Street si allontana ulteriormente dai massimi record

    La debolezza dei futures di martedì ha seguito un’altra seduta negativa per le azioni statunitensi lunedì.

    Dopo un avvio incerto, i principali indici hanno perso terreno nel corso della giornata, prolungando il modesto arretramento registrato venerdì.

    L’S&P 500 ha perso 40,70 punti, pari allo 0,5%, chiudendo a 7.745,06, vicino ai minimi della seduta e allontanandosi ulteriormente dal record di chiusura raggiunto giovedì scorso.

    Il Dow Jones Industrial Average è sceso di 272,63 punti, o dello 0,5%, a 53.459,78, mentre il Nasdaq Composite ha ceduto 84,25 punti, pari allo 0,3%, terminando a 26.644,91.

    Le tensioni con l’Iran spingono il greggio

    La debolezza dei mercati di lunedì ha coinciso con un forte aumento dei prezzi del petrolio, mentre gli investitori reagivano ai segnali di una possibile nuova escalation del conflitto in Medio Oriente.

    I futures sul greggio statunitense sono balzati di oltre il 2% in seguito alle indicazioni secondo cui l’Iran avrebbe escluso negoziati con Washington per prorogare una tregua di 60 giorni in scadenza martedì.

    “Non abbiamo avviato alcun negoziato e gli Stati Uniti hanno violato l’intesa fin dall’inizio; pertanto, la questione dei 60 giorni non è rilevante”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei, secondo l’agenzia di stampa statale Tasnim.

    Le preoccupazioni geopolitiche sono aumentate ulteriormente dopo che il presidente Donald Trump ha minacciato l’Oman durante un’intervista a Fox News, avvertendo: “Se l’Oman si metterà di mezzo, lo bombarderemo fino a distruggerlo.”

    Le dichiarazioni sono arrivate mentre Iran e Oman sembravano avvicinarsi a un’intesa sulla gestione dello Stretto di Hormuz, una rotta strategicamente importante per le forniture energetiche mondiali.

    Compagnie aeree e software guidano i ribassi

    L’aumento dei prezzi del greggio ha esercitato una forte pressione sulle compagnie aeree durante la seduta di lunedì, facendo scendere del 2,8% il NYSE Arca Airline Index.

    Anche i titoli software hanno registrato perdite significative, con il Dow Jones U.S. Software Index in calo del 2,7%.

    Telecomunicazioni, hardware informatico e settore immobiliare residenziale sono stati tra gli altri comparti più deboli.

    Al contrario, i produttori di petrolio hanno beneficiato del rialzo dei prezzi energetici, mentre anche i titoli biotecnologici e dei semiconduttori hanno registrato progressi significativi.

    Con i rendimenti dei Treasury ancora in aumento e l’incertezza geopolitica che sostiene i prezzi del petrolio, gli investitori devono confrontarsi con il rischio di condizioni finanziarie più restrittive anche senza un immediato rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve, lasciando Wall Street esposta a un possibile prolungamento della recente correzione.

  • Le borse europee arretrano con l’intensificarsi delle tensioni tra Stati Uniti e Iran: DAX, CAC, FTSE100

    Le borse europee arretrano con l’intensificarsi delle tensioni tra Stati Uniti e Iran: DAX, CAC, FTSE100

    Le borse europee hanno registrato un andamento prevalentemente negativo martedì, mentre l’escalation delle tensioni tra Stati Uniti e Iran ha alimentato la cautela degli investitori, spinto al rialzo il petrolio e portato i rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza dell’Eurozona ai massimi pluriennali.

    I futures sul Brent hanno superato i 91 dollari al barile dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha escluso una proroga dell’accordo temporaneo di cessate il fuoco con l’Iran. Teheran, nel frattempo, ha dichiarato di prepararsi ad adottare una postura militare “completamente offensiva”, riducendo ulteriormente le aspettative di una distensione del conflitto.

    L’incidente nello Stretto di Hormuz aumenta le preoccupazioni

    Nuovi timori sulla sicurezza in Medio Oriente sono emersi dopo che una nave cargo è stata colpita da un proiettile mentre attraversava lo Stretto di Hormuz, secondo quanto riferito dall’UKMTO.

    L’incidente ha aumentato le preoccupazioni sulla sicurezza del traffico commerciale attraverso questa rotta marittima strategicamente importante, accrescendo l’incertezza sulle forniture energetiche globali e sostenendo i prezzi del greggio.

    In questo contesto, i mercati europei sono rimasti sotto pressione. L’indice francese CAC 40 ha perso lo 0,4%, mentre il DAX tedesco è sceso dello 0,3%.

    Il FTSE 100 britannico si è invece mosso in controtendenza rispetto agli altri principali listini regionali, avanzando dello 0,2%.

    La disoccupazione britannica resta al 4,9%

    Gli investitori hanno valutato anche i nuovi dati economici provenienti dal Regno Unito, dove il tasso di disoccupazione si è mantenuto al 4,9% nei tre mesi fino a giugno, invariato rispetto al periodo precedente, secondo l’Office for National Statistics.

    Il numero di posti di lavoro vacanti ha continuato a diminuire, scendendo di 6.000 unità a 707.000 nei tre mesi fino a luglio.

    Sul mercato valutario, il dollaro statunitense ha registrato un lieve rialzo, pur rimanendo vicino ai minimi degli ultimi mesi rispetto alle principali valute.

    Gli investitori attendevano inoltre diversi dati economici statunitensi previsti nel corso della giornata, tra cui prezzi all’importazione e all’esportazione, nuovi cantieri residenziali, produzione industriale e vendite di abitazioni in attesa di conclusione.

    Basilea Pharmaceutica balza dopo il rialzo delle previsioni sugli utili

    Tra i singoli titoli, le azioni Basilea Pharmaceutica (TG:PK5) sono balzate dopo che la società biofarmaceutica svizzera ha migliorato le proprie previsioni sugli utili per il 2026.

    La revisione dell’outlook è arrivata dopo una solida performance nel primo semestre, durante il quale l’utile netto è aumentato del 77% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

    HgCapital Trust (LSE:HGT) ha invece perso terreno dopo che il fondo d’investimento britannico ha annunciato l’intenzione di investire circa 20 milioni di sterline, attraverso il proprio gestore Hg, in Nourish Care, una piattaforma di consulenza nutrizionale e dietetica.

    Il colosso minerario BHP (LSE:BHP) ha registrato un moderato rialzo dopo aver comunicato un aumento del 9% dell’utile netto annuale.

    Con i rischi geopolitici che continuano a sostenere i prezzi dell’energia e i rendimenti obbligazionari, i mercati europei hanno mantenuto un atteggiamento prevalentemente difensivo mentre gli investitori seguono gli sviluppi riguardanti l’Iran e lo strategico Stretto di Hormuz.

  • JPMorgan declassa Generali a Neutral dopo il forte re-rating del titolo

    JPMorgan declassa Generali a Neutral dopo il forte re-rating del titolo

    JPMorgan ha declassato Generali (BIT:G) da Overweight a Neutral dopo il significativo re-rating delle azioni dell’assicuratore italiano, che secondo la banca ha reso più equilibrato il profilo rischio-rendimento.

    Generali ha sovraperformato il più ampio settore assicurativo europeo di oltre il 45% dall’inizio del 2024. Dopo questo rally, le azioni vengono ora scambiate a circa 12 volte gli utili stimati per il 2027, una valutazione sostanzialmente in linea sia con i principali assicuratori compositi europei sia con la media del settore.

    JPMorgan ha comunque aumentato il suo prezzo obiettivo per dicembre 2027 a €46 da €44.

    La valutazione limita il potenziale per un ulteriore re-rating

    Gli analisti guidati da Farooq Hanif stimano che Generali offrirà nel 2027 un rendimento complessivo del capitale di circa il 5%, inferiore alla media prevista per gli assicuratori compositi comparabili.

    “Le azioni vengono ora scambiate a circa 12 volte il P/E stimato per il 2027, sostanzialmente in linea con i principali assicuratori compositi europei e con la media del settore”, hanno scritto. “Alziamo il nostro prezzo obiettivo per dicembre 2027 a €46 da €44, ma declassiamo il titolo a Neutral poiché, a nostro avviso, il rapporto rischio-rendimento è ora più equilibrato.”

    Il downgrade riflette quindi principalmente la valutazione raggiunta dal titolo, piuttosto che un significativo deterioramento delle aspettative fondamentali di JPMorgan sull’assicuratore.

    I solidi risultati del primo semestre producono modifiche limitate alle stime

    I risultati di Generali per il primo semestre del 2026 hanno superato le previsioni di JPMorgan, anche se gli analisti hanno apportato solo modifiche contenute alle loro stime sugli utili.

    Il risultato netto rettificato ha superato le attese di circa il 6%, mentre l’utile operativo è stato superiore alle previsioni di circa il 2%. Generali ha registrato un risultato operativo di €4,5 miliardi, in crescita dell’11,2% su base annua, mentre il risultato netto rettificato è aumentato del 13,7% a €2,5 miliardi.

    JPMorgan ha tuttavia osservato che parte della sovraperformance è stata sostenuta da fattori che potrebbero rivelarsi in parte temporanei, tra cui un’aliquota fiscale contenuta, commissioni di performance elevate presso Banca Generali e maggiori proventi da investimenti.

    Di conseguenza, le modifiche alle stime dell’utile operativo consolidato per il periodo 2026-2028 sono rimaste entro l’1%, mentre le revisioni delle previsioni sull’EPS rettificato sono comprese tra -0,3% e +0,7%.

    Asset & Wealth Management guida le revisioni al rialzo

    Asset & Wealth Management ha rappresentato la principale fonte di revisioni positive, grazie a maggiori ricavi da commissioni e a una base più elevata di asset in gestione.

    JPMorgan ha tuttavia normalizzato il contributo previsto delle commissioni di performance di Banca Generali negli anni futuri, senza presumere che gli elevati livelli registrati nel primo semestre possano continuare.

    La banca ha mantenuto una valutazione costruttiva sul segmento Vita di Generali grazie ai solidi flussi netti, pur riducendo le ipotesi relative al risultato dei servizi assicurativi.

    Nel ramo Danni, previsioni leggermente superiori per ricavi e risultati degli investimenti sono state compensate da ipotesi più prudenti sul combined ratio.

    Generali mantiene una solida posizione patrimoniale

    Generali ha registrato un Solvency II ratio del 216% alla fine del primo semestre, sostenuto da €2,4 miliardi di generazione normalizzata di capitale nonostante i riacquisti di azioni proprie e le modifiche normative.

    JPMorgan continua a prevedere che l’assicuratore possa raggiungere la parte alta del proprio obiettivo di crescita composta annua dell’EPS compresa tra l’8% e il 10%.

    Gli analisti prevedono inoltre che Generali possa generare oltre €11 miliardi di flusso di cassa netto cumulativo a livello di holding e realizzare almeno €1,5 miliardi di buyback nel periodo 2025-2027.

    Possibile un ulteriore buyback da circa €1 miliardo

    Ulteriori distribuzioni agli azionisti potrebbero essere possibili qualora Generali evitasse operazioni significative di fusione e acquisizione fino alla fine del 2027.

    Secondo JPMorgan, in questo scenario potrebbe esserci spazio per un buyback straordinario di circa €1 miliardo, considerando l’impegno del management a restituire agli azionisti il capitale non utilizzato entro la conclusione dell’attuale piano strategico.

    Sebbene la traiettoria degli utili e la generazione di capitale rimangano favorevoli, JPMorgan ritiene che il forte andamento delle azioni Generali e la valutazione più elevata abbiano ridotto sufficientemente il potenziale di rialzo da giustificare il passaggio della raccomandazione a Neutral.

  • L’oro scende sotto i 4.400 dollari sotto la pressione del petrolio e dei rendimenti dei Treasury

    L’oro scende sotto i 4.400 dollari sotto la pressione del petrolio e dei rendimenti dei Treasury

    I prezzi dell’oro sono scesi martedì, penalizzati dall’aumento dei rendimenti dei Treasury statunitensi e dal rialzo del petrolio, mentre gli investitori attendono i verbali della riunione di luglio della Federal Reserve per ottenere nuove indicazioni sulle prospettive dei tassi d’interesse.

    Alle 02:26 ET (06:26 GMT), XAU/USD è sceso dello 0,5% a 4.395,78 dollari l’oncia, mentre i futures sull’oro hanno perso la stessa percentuale a 4.451,07 dollari. XAG/USD è diminuito dello 0,8% a 65,24 dollari l’oncia e XPT/USD ha ceduto lo 0,7% a 1.760,90 dollari. L’indice del dollaro statunitense è salito dello 0,1% a 99,67.

    Dati economici più deboli riducono le aspettative di un rialzo della Fed

    L’oro ha restituito parte dei recenti guadagni mentre il rendimento del Treasury statunitense a 10 anni ha continuato a salire, rendendo relativamente meno interessanti gli asset privi di rendimento come il metallo prezioso.

    Anche i prezzi del petrolio sono aumentati dopo che l’Iran ha avvertito che adotterà una postura militare “completamente offensiva” se gli sforzi diplomatici con gli Stati Uniti dovessero fallire, mentre Washington ha escluso una proroga del cessate il fuoco temporaneo.

    La rinnovata instabilità in Medio Oriente ha mantenuto elevata la volatilità sui mercati energetici e alimentato i timori che un aumento prolungato del greggio possa generare ulteriori pressioni inflazionistiche.

    Gli swap sui tassi d’interesse non incorporano più completamente un ulteriore aumento dei tassi della Federal Reserve entro la fine del 2026. Si tratta di un cambiamento rispetto alla scorsa settimana, quando il mercato prevedeva un altro rialzo entro fine anno.

    L’aumento dei costi energetici può alimentare le aspettative d’inflazione e potenzialmente spingere la Fed a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo. Sebbene l’oro sia tradizionalmente considerato una copertura contro l’inflazione, tassi d’interesse elevati possono ridurne l’attrattiva perché il metallo non genera reddito.

    Allo stesso tempo, le aspettative di un rialzo dei tassi a settembre sono diminuite nettamente dopo le inattese perdite di posti di lavoro a luglio, un’inflazione al consumo inferiore alle previsioni e vendite al dettaglio più deboli. Le attuali quotazioni di mercato indicano una probabilità di circa il 65% che la Fed mantenga invariati i tassi a settembre.

    I verbali della Fed potrebbero fornire una nuova direzione all’oro

    L’attenzione si sposta ora sulla pubblicazione, prevista mercoledì, dei verbali dell’ultima riunione di politica monetaria della Federal Reserve, che potrebbero fornire maggiori dettagli sulla valutazione dell’inflazione da parte dei responsabili della banca centrale e sul percorso più appropriato per i tassi.

    La ripresa dell’oro sopra l’importante soglia dei 4.000 dollari l’oncia nelle ultime settimane è stata sostenuta dal ritorno della domanda degli investitori e dall’aumento degli acquisti delle banche centrali, in particolare della Cina.

    La scorsa settimana il metallo prezioso ha inoltre superato la media mobile a 100 giorni per la prima volta da aprile, anche se successivamente è tornato a oscillare intorno a quel livello tecnico.

    Nonostante l’ultima flessione, il quadro tecnico più ampio rimane relativamente costruttivo finché l’oro resta sopra il minimo di fine giugno vicino a 3.942 dollari.

    Le principali resistenze restano un ostacolo

    L’oro si trova attualmente sotto l’area compresa tra 4.440 e 4.450 dollari, che rappresenta una resistenza della tendenza ribassista iniziata dal massimo storico di circa 5.602 dollari raggiunto a fine gennaio.

    La media mobile a 200 giorni, situata intorno a 4.503 dollari, rappresenta un altro importante ostacolo tecnico.

    Un superamento duraturo di entrambe le aree di resistenza potrebbe rafforzare le aspettative di una ripresa più ampia verso quota 5.000 dollari. Al contrario, l’incapacità di oltrepassarle potrebbe lasciare il metallo esposto a un ulteriore periodo di consolidamento.

    La domanda delle banche centrali sostiene le prospettive di lungo periodo

    ANZ continua a vedere un sostegno strutturale per l’oro derivante dalle banche centrali che cercano una maggiore diversificazione delle proprie riserve.

    Gli acquisti globali di oro da parte delle banche centrali hanno raggiunto 244 tonnellate nel primo trimestre del 2026, il livello trimestrale più elevato dal quarto trimestre del 2024. La Cina ha successivamente acquistato altre 8 tonnellate ad aprile, registrando il maggiore incremento mensile da dicembre 2024.

    ANZ ritiene che il deterioramento delle relazioni internazionali continuerà a sostenere la domanda legata alla diversificazione delle riserve e prevede che l’oro possa raggiungere 5.200 dollari l’oncia entro la fine dell’anno.

  • I prezzi del petrolio sfiorano i massimi di tre settimane mentre svaniscono le speranze di pace tra USA e Iran

    I prezzi del petrolio sfiorano i massimi di tre settimane mentre svaniscono le speranze di pace tra USA e Iran

    I prezzi del petrolio sono saliti per la terza seduta consecutiva martedì, mentre il calo delle speranze per una fine del conflitto in Medio Oriente ha alimentato i timori che le interruzioni alle forniture energetiche regionali possano protrarsi.

    I futures sul Brent sono aumentati di 35 centesimi, pari allo 0,39%, a 91,22 dollari al barile alle 08:27 GMT, mentre i futures statunitensi sul West Texas Intermediate sono saliti di 81 centesimi, o dello 0,96%, a 85,31 dollari.

    Entrambi i benchmark si avviavano verso la terza seduta consecutiva di rialzi. Durante gli scambi, il Brent ha raggiunto il livello più alto dal 30 luglio, mentre il WTI è salito ai massimi dal 31 luglio.

    “Il sentiment è rimasto sostenuto dalla decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di non prorogare l’accordo di pace USA-Iran e dalle persistenti preoccupazioni per la sicurezza nello Stretto di Hormuz”, hanno scritto gli analisti di ING in una nota.

    I negoziati di pace si bloccano mentre l’Iran adotta una posizione più aggressiva

    I progressi verso un accordo di pace e la ripresa del normale traffico delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz si sono arrestati, aumentando la possibilità che il conflitto iniziato dagli Stati Uniti e da Israele con gli attacchi contro l’Iran del 28 febbraio possa continuare.

    Un alto funzionario iraniano ha dichiarato lunedì a Reuters che l’Iran adotterà una postura militare “completamente offensiva”, mentre i tentativi di raggiungere una conclusione permanente della guerra rimangono in stallo. Washington ha inoltre escluso una proroga dell’accordo temporaneo di cessate il fuoco.

    La crescente incertezza diplomatica sta iniziando a influenzare anche le aspettative a più lungo termine per il mercato petrolifero.

    “La mancanza di qualsiasi tipo di accordo avrà un impatto sulle aspettative per i prezzi del petrolio più avanti nel quarto trimestre e persino nel 2027”, ha dichiarato Suvro Sarkar, responsabile della ricerca energetica di DBS Bank.

    I rischi nello Stretto di Hormuz mantengono elevate le preoccupazioni sulle forniture

    Le condizioni di sicurezza nello Stretto di Hormuz continuano a rappresentare una delle principali fonti di incertezza per i mercati energetici.

    Martedì un proiettile ha colpito una nave in uscita dallo stretto, nell’ultimo di una serie di attacchi che hanno mantenuto il numero dei transiti a una sola cifra, nonostante un modesto miglioramento rispetto al fine settimana, secondo i dati di tracciamento.

    Le interruzioni hanno aumentato le preoccupazioni sull’affidabilità delle esportazioni di greggio attraverso questa rotta marittima strategica.

    Saudi Aramco ha ripreso le operazioni di carico del petrolio all’interno dello Stretto di Hormuz e sta offrendo carichi attraverso trasferimenti da nave a nave al largo di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, fornendo un meccanismo alternativo per movimentare parte delle forniture.

    Gli analisti avvertono che l’Iran potrebbe limitare ulteriormente i flussi di petrolio

    La possibilità di un’interruzione più grave rimane un rischio significativo per il mercato del greggio, soprattutto se le tensioni tra Iran e Stati Uniti dovessero intensificarsi ulteriormente.

    “Probabilmente è nelle capacità dell’Iran fermare completamente il flusso di petrolio in uscita dallo Stretto di Hormuz ogni volta che lo ritenga opportuno. Oppure presto avrà sviluppato la capacità di farlo. L’Iran sicuramente non sta semplicemente fermo ad aspettare nuove sanzioni statunitensi”, ha dichiarato l’analista di SEB Bjarne Schieldrop.

    Separatamente, l’Iran sta negoziando con l’Oman un accordo sulla gestione dello Stretto di Hormuz e ha affermato che le due parti sono vicine a un’intesa.

    Trump ha tuttavia risposto a questi colloqui minacciando di bombardare l’Oman, nonostante il Paese del Golfo sia uno storico partner degli Stati Uniti in materia di sicurezza.

    Le tensioni nel Mar Rosso aggiungono nuovi rischi per il traffico marittimo

    I rischi geopolitici stanno aumentando anche in altre aree del Medio Oriente.

    Gli Houthi dello Yemen hanno lanciato missili contro imbarcazioni che hanno descritto come una nave militare saudita e quattro unità di scorta nel Mar Rosso, secondo quanto dichiarato dal portavoce militare Yahya Saree in un comunicato pubblicato su Telegram.

    La combinazione delle persistenti interruzioni nello Stretto di Hormuz e dei nuovi rischi per la sicurezza nel Mar Rosso mantiene alta l’attenzione sulla vulnerabilità delle principali rotte marittime del Medio Oriente.

    Con i progressi diplomatici in stallo e i flussi petroliferi ancora esposti alle interruzioni militari, gli operatori stanno considerando sempre più la possibilità che il premio per il rischio geopolitico rimanga incorporato nei prezzi del greggio ben oltre il trimestre attuale.

  • I futures di Wall Street scendono mentre aumentano i rischi in Medio Oriente e le tensioni commerciali con il Canada: Dow Jones, S&P, Nasdaq

    I futures di Wall Street scendono mentre aumentano i rischi in Medio Oriente e le tensioni commerciali con il Canada: Dow Jones, S&P, Nasdaq

    I futures sulle azioni statunitensi sono scesi martedì, mentre gli investitori monitorano un nuovo aumento dei prezzi del petrolio e il rischio che le interruzioni nello Stretto di Hormuz possano prolungarsi. Al centro dell’attenzione anche i nuovi dazi statunitensi sul Canada e i prossimi risultati di Home Depot (NYSE:HD).

    L’oro è tornato sotto i 4.400 dollari l’oncia, mentre il greggio ha guadagnato terreno dopo un nuovo incidente di sicurezza che ha coinvolto una nave in transito nello Stretto di Hormuz.

    I futures statunitensi indicano un’apertura negativa

    I futures di Wall Street hanno mantenuto il tono prudente osservato nella seduta di lunedì, quando le azioni sono scese a causa delle preoccupazioni per l’aumento dei costi energetici e per la possibilità di un conflitto prolungato in Medio Oriente.

    Alle 03:05 ET (07:05 GMT), i futures sul Dow erano in calo di 49 punti, pari allo 0,1%, mentre quelli sull’S&P 500 perdevano 29 punti, o lo 0,4%. I futures sul Nasdaq 100 arretravano di 209 punti, pari allo 0,7%.

    I principali indici statunitensi hanno chiuso in ribasso lunedì, con l’S&P 500 che ha registrato la peggiore seduta di agosto fino a questo momento.

    “Il sentiment generale sulle azioni è peggiorato”, hanno affermato gli analisti di Vital Knowledge.

    Le perdite sono state parzialmente contenute dalla forza dei titoli dei semiconduttori. Le società del settore hanno beneficiato delle notizie sulle prospettive di ricavi dello sviluppatore di Claude, Anthropic (NASDAQ:ANTP), e sull’impegno finanziario di Nvidia (NASDAQ:NVDA) in un data center in Ohio, risultato inferiore alle attese. Secondo Vital Knowledge, entrambi gli sviluppi hanno migliorato il sentiment legato al boom dell’intelligenza artificiale.

    Gli strategist di Deutsche Bank hanno invece evidenziato le crescenti preoccupazioni per la guerra con l’Iran, che ha riportato il greggio sopra i 90 dollari e riacceso i timori di una nuova ondata inflazionistica provocata dall’energia. In questo contesto sono aumentati anche i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi.

    Il Brent torna sopra i 90 dollari con l’aumento dei rischi nello Stretto di Hormuz

    I prezzi del petrolio hanno continuato a salire martedì, con i futures sul Brent in aumento dello 0,3% a 91,10 dollari al barile. I futures statunitensi sul West Texas Intermediate hanno guadagnato lo 0,6% a 85,02 dollari.

    La United Kingdom Maritime Trade Operations ha riferito che una nave in uscita dallo Stretto di Hormuz è stata colpita da un proiettile non identificato. L’incidente ha provocato danni alla sala macchine e una vittima tra l’equipaggio.

    Le nuove tensioni arrivano dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che Washington non avrebbe cercato di prorogare l’accordo quadro di cessate il fuoco firmato con Teheran a giugno e scaduto lunedì.

    Trump ha inoltre suggerito che gli Stati Uniti abbiano creato un canale di comunicazione riservato con funzionari del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana, affermazione respinta dall’Iran.

    Il presidente americano ha anche minacciato di bombardare l’Oman, che sta cercando di negoziare un proprio accordo con l’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz. Sia l’Iran sia l’Oman si affacciano sulla strategica via d’acqua.

    Il traffico commerciale delle petroliere attraverso lo stretto rimane praticamente fermo. Prima dell’inizio della guerra alla fine di febbraio, circa un quinto dei flussi petroliferi mondiali transitava attraverso questa rotta.

    “Con entrambe le parti ancora molto distanti, gli investitori sono diventati pessimisti sulla possibilità che lo Stretto di Hormuz possa riaprire correttamente nel prossimo futuro”, hanno affermato gli analisti di Deutsche Bank.

    L’oro scende sotto i 4.400 dollari con l’aumento dei rendimenti dei Treasury

    I prezzi dell’oro sono diminuiti mentre l’aumento dei rendimenti dei Treasury statunitensi ha esercitato pressione sul metallo prezioso, che non offre interessi, mentre il rincaro del petrolio ha aggiunto ulteriori incertezze alle prospettive sull’inflazione.

    Il rendimento del Treasury statunitense a 10 anni ha prolungato il rialzo, aumentando il costo opportunità di detenere oro.

    Gli investitori attendono inoltre i verbali della riunione di luglio della Federal Reserve per ottenere nuovi segnali sulla futura direzione dei tassi d’interesse statunitensi.

    Le aspettative di un possibile rialzo dei tassi della Fed il mese prossimo sono aumentate leggermente con l’intensificarsi delle tensioni in Medio Oriente e dei rischi di inflazione energetica. Rispetto a una settimana fa, tuttavia, i mercati hanno ridotto nettamente le probabilità di un aumento a settembre dopo dati che hanno mostrato perdite occupazionali inattese, un’inflazione al consumo inferiore alle previsioni e vendite al dettaglio più deboli a luglio.

    Il Canada si prepara ai nuovi dazi statunitensi

    Le tensioni commerciali rappresentano un altro tema centrale, con il Canada che si prepara a una nuova serie di dazi statunitensi destinati a entrare in vigore alla mezzanotte di martedì, salvo un accordo dell’ultimo minuto tra Ottawa e Washington.

    Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer ha avvertito che eventuali ritorsioni canadesi non saranno “tollerate”, aggiungendo di aspettarsi dal vicino settentrionale e tradizionale partner commerciale degli Stati Uniti un “approccio più conciliante.”

    Secondo quanto riportato dai media, il primo ministro canadese Mark Carney dovrebbe parlare con Trump martedì. Carney avrebbe inoltre incaricato i negoziatori canadesi di offrire alcune concessioni nel tentativo di evitare i nuovi dazi e ottenere un alleggerimento di quelli già esistenti.

    A luglio, l’amministrazione Trump ha minacciato dazi del 50% su un’ampia gamma di prodotti canadesi, tra cui vino, mobili, canne da pesca e mazze da hockey, facendo ricorso a una legge risalente all’epoca della Grande Depressione destinata a contrastare presunte discriminazioni nei confronti dei prodotti statunitensi.

    I risultati di Home Depot mettono sotto esame i consumatori statunitensi

    Home Depot (NYSE:HD) pubblicherà i suoi ultimi risultati trimestrali, dando il via a una settimana importante per il settore retail statunitense che comprenderà anche Walmart e Target.

    A maggio, il rivenditore di prodotti per il miglioramento della casa aveva segnalato che l’incertezza economica legata alla guerra con l’Iran e le persistenti pressioni sull’accessibilità economica stavano spingendo alcuni americani a rinviare i progetti di ristrutturazione più importanti.

    La tendenza è particolarmente rilevante per Home Depot, considerando che i prezzi dei suoi prodotti variano da circa 5 dollari a oltre 500 dollari, mentre il valore medio del carrello dei clienti è di circa 90 dollari.

    L’amministratore delegato Ted Decker aveva precedentemente affermato che i clienti di Home Depot sembravano essere in “condizioni ragionevolmente buone”, pur mostrando una certa riluttanza ad avviare grandi progetti di ristrutturazione.

    Gli investitori cercheranno quindi indicazioni sull’eventuale persistenza di questa cautela e nuovi commenti della direzione sull’andamento della spesa dei consumatori.

  • Il gas europeo estende il rally a cinque sedute mentre peggiora la crisi nello Stretto di Hormuz

    Il gas europeo estende il rally a cinque sedute mentre peggiora la crisi nello Stretto di Hormuz

    I prezzi del gas naturale europeo sono saliti nuovamente martedì, prolungando il recente rally mentre l’escalation militare nel Golfo Persico e le gravi interruzioni al traffico delle navi cisterna attraverso lo Stretto di Hormuz alimentano i timori per le forniture energetiche invernali.

    I futures olandesi sul gas con scadenza più ravvicinata sono aumentati dell’1,8% a 62,8 euro per megawattora, mentre gli equivalenti contratti britannici all’ingrosso hanno guadagnato l’1,2% a 154,4 pence per therm.

    Entrambi i benchmark hanno registrato la quinta seduta consecutiva di rialzi, segnando la serie positiva giornaliera più lunga dalla fine di luglio, mentre gli operatori continuano a incorporare nei prezzi del gas europeo un maggiore premio per il rischio geopolitico.

    L’escalation iraniana aumenta le preoccupazioni sui mercati energetici

    Reuters ha riferito martedì, citando funzionari iraniani, che Teheran è passata a una postura militare completamente offensiva dopo il fallimento degli sforzi diplomatici per raggiungere un accordo di pace permanente e la decisione di Washington di non prorogare il quadro temporaneo di cessate il fuoco.

    Il deterioramento della situazione geopolitica segue le minacce formulate nel fine settimana dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump di imporre un rigido blocco navale o intraprendere un’azione militare in risposta a interferenze con il traffico marittimo regionale.

    L’escalation della retorica ha aumentato i timori sui mercati energetici che le interruzioni lungo una delle rotte marittime più importanti al mondo possano proseguire.

    Le navi LNG affrontano crescenti interruzioni nello Stretto di Hormuz

    Gli operatori energetici stanno attribuendo sempre maggiore importanza all’impatto fisico della crisi, mentre il traffico commerciale di materie prime attraverso lo Stretto di Hormuz resta fortemente compromesso.

    Nel fine settimana, il transito attraverso questo passaggio strategico si è praticamente fermato, lasciando bloccate alcune navi qatariote di gas naturale liquefatto e ritardando le consegne spot di LNG destinate ai terminali di importazione europei.

    Le difficoltà arrivano mentre le utility europee competono con gli acquirenti asiatici per le forniture di LNG disponibili. I clienti asiatici stanno aumentando le offerte per i carichi spot nel tentativo di accumulare riserve sufficienti prima della stagione invernale.

    Un’interruzione prolungata delle rotte marittime potrebbe intensificare questa concorrenza e aumentare ulteriormente il costo della sostituzione delle forniture ritardate.

    Gli stoccaggi europei di gas sono ai minimi storici per agosto

    Le difficoltà nelle forniture arrivano in un momento particolarmente delicato per la sicurezza energetica europea.

    I dati di Gas Infrastructure Europe mostrano che gli impianti di stoccaggio sotterraneo nell’Unione Europea sono pieni poco più del 60%, un livello storicamente basso per la metà di agosto.

    Le persistenti ondate di caldo estivo hanno aumentato la domanda di elettricità per il condizionamento, mentre i minori afflussi di LNG hanno ridotto la quantità di gas disponibile per le iniezioni negli stoccaggi.

    Questi fattori hanno rallentato il processo di ricostituzione delle riserve europee in vista dei mesi più freddi.

    Aumentano i rischi per le forniture invernali

    Con gli stoccaggi nettamente inferiori alle medie stagionali, gli operatori temono sempre più che l’Europa possa entrare nella stagione invernale con riserve insufficienti se i flussi di LNG attraverso lo Stretto di Hormuz non torneranno alla normalità.

    La continua concorrenza con gli acquirenti asiatici potrebbe aggravare ulteriormente la situazione, soprattutto se entrambe le regioni dovessero cercare contemporaneamente maggiori volumi sul mercato spot.

    Le prospettive dei prezzi del gas europeo sono quindi sempre più legate agli sviluppi nel Golfo Persico. Il ripristino senza restrizioni del traffico di LNG potrebbe ridurre parte dell’attuale premio per il rischio, mentre un’interruzione prolungata aumenterebbe la pressione sull’Europa per trovare forniture alternative prima dell’inverno.