Il rafforzamento del dollaro frena la domanda di oro
I prezzi dell’oro hanno registrato un calo martedì, penalizzati dalla forza del dollaro statunitense e dalle crescenti aspettative di ulteriori rialzi dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve.
L’oro spot è sceso dell’1,55% a 4.126,45 dollari l’oncia alle 06:42 ET (10:42 GMT), mentre i future sull’oro statunitense hanno perso l’1,63% attestandosi a 4.142,10 dollari.
Il ribasso segue il guadagno dello 0,7% registrato nella sessione precedente, sostenuto dall’ottimismo sui colloqui tra Stati Uniti e Iran.
Le aspettative sulla Fed sostengono il biglietto verde
L’indice del dollaro statunitense è rimasto vicino ai massimi degli ultimi 13 mesi raggiunti la scorsa settimana, sostenuto dall’orientamento più restrittivo della Federal Reserve.
La banca centrale, guidata dal presidente Kevin Warsh, ha lasciato invariati i tassi al 3,50%-3,75%, ma le nuove proiezioni economiche hanno mostrato un crescente sostegno a favore di almeno un ulteriore rialzo entro la fine dell’anno.
I mercati dei future attribuiscono attualmente circa il 90% di probabilità a un aumento dei tassi a dicembre, mentre alcuni investitori ritengono possibile più di un intervento in presenza di persistenti rischi inflazionistici.
Tassi più elevati riducono l’attrattiva dell’oro
L’oro tende a soffrire quando sia il dollaro sia i rendimenti salgono.
Una valuta statunitense più forte rende il metallo più costoso per gli investitori che operano con altre divise, mentre tassi d’interesse più elevati aumentano l’appeal degli strumenti finanziari che offrono rendimento rispetto all’oro, che non genera interessi.
Questi fattori stanno limitando il potenziale rialzista del metallo nonostante le tensioni geopolitiche ancora presenti.
Restano sotto osservazione i negoziati tra Stati Uniti e Iran
Gli investitori continuano inoltre a monitorare gli sviluppi diplomatici tra Washington e Teheran.
Gli Stati Uniti hanno recentemente concesso una deroga di 60 giorni su alcune esportazioni petrolifere iraniane dopo i colloqui preliminari svoltisi in Svizzera, mentre i funzionari americani hanno definito costruttive le discussioni.
Sebbene l’oro sia tradizionalmente considerato un bene rifugio nei periodi di instabilità geopolitica, i mercati stanno concentrando sempre più l’attenzione sulle implicazioni inflazionistiche del conflitto.
L’impennata dei prezzi energetici registrata nei mesi scorsi aveva infatti alimentato i timori che l’inflazione legata all’energia potesse costringere le banche centrali a mantenere politiche monetarie restrittive più a lungo.
Attesa per i dati PCE negli Stati Uniti
L’attenzione del mercato si sposta ora sulla pubblicazione di giovedì dell’indice PCE statunitense, il parametro inflazionistico preferito dalla Federal Reserve.
Il dato potrebbe fornire indicazioni cruciali sulla futura traiettoria della politica monetaria e influenzare l’andamento sia del dollaro sia dei metalli preziosi.
In calo anche argento, platino e rame
Anche gli altri metalli hanno registrato una seduta negativa.
L’argento è sceso del 4,3% a 62,29 dollari l’oncia, mentre il platino ha perso il 2,6% a 1.639,60 dollari l’oncia.
Sul fronte dei metalli industriali, i future sul rame al London Metal Exchange sono diminuiti dell’1,2% a 13.486,33 dollari per tonnellata, mentre i future sul rame statunitense hanno ceduto il 2,3% a 6,22 dollari per libbra.

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