Author: Fiona Craig

  • Goldman prevede un ulteriore indebolimento dei prezzi del petrolio nel 2026 a causa dell’eccesso di offerta

    Goldman prevede un ulteriore indebolimento dei prezzi del petrolio nel 2026 a causa dell’eccesso di offerta

    Secondo gli analisti di Goldman Sachs, i prezzi del petrolio sono destinati a subire nuove pressioni nel 2026, poiché la crescita dell’offerta continuerà a spingere il mercato in una situazione di surplus. La banca ritiene che la dinamica osservata nel 2025 proseguirà, con una produzione abbondante in grado di compensare i rischi geopolitici e limitare rialzi duraturi dei prezzi.

    Il Brent ha registrato un calo del 14% su base annua nel 2025, nonostante ripetuti picchi legati alle tensioni geopolitiche, un andamento che gli strateghi di Goldman ritengono destinato a ripetersi.

    Il team guidato da Daan Struyven prevede che Brent e WTI registreranno prezzi medi rispettivamente di 56 e 52 dollari al barile nel 2026, ben al di sotto delle curve forward attuali di circa 62 e 58 dollari. Secondo la banca, il mercato dovrà assorbire una nuova ondata di offerta che porterà a un surplus stimato in 2,3 milioni di barili al giorno.

    L’aumento delle scorte globali indica un crescente squilibrio e, secondo gli strateghi, «il riequilibrio del mercato richiederà probabilmente prezzi del petrolio più bassi nel 2026», in assenza di forti interruzioni dell’offerta o di nuovi tagli produttivi da parte dell’OPEC.

    Lo scenario di base di Goldman non prevede ulteriori tagli OPEC nel prossimo anno, sostenendo che gli aumenti dell’offerta nel 2025 sono stati strategici e che la debolezza attuale dei prezzi riflette una forza temporanea dell’offerta piuttosto che un indebolimento della domanda.

    La banca prevede un progressivo indebolimento dei prezzi nel corso dell’anno, con Brent e WTI che toccheranno minimi rispettivamente di circa 54 e 50 dollari al barile nel quarto trimestre del 2026, mentre le scorte continueranno ad accumularsi nei centri di stoccaggio commerciali dell’OCSE. Secondo gli analisti, l’accumulo di scorte a terra sta diventando sempre più rilevante per la formazione dei prezzi, poiché lo stoccaggio in mare è già elevato e inizia a stabilizzarsi.

    La solidità dell’offerta resta il principale fattore ribassista. Gli strateghi citano la continua sovraperformance produttiva di Stati Uniti e Russia, insieme a una «produzione venezuelana leggermente più elevata», come elementi che pesano sui prezzi a lungo termine e rafforzano la pressione al ribasso lungo la curva forward.

    Di conseguenza, Goldman ha ridotto di 5 dollari a 64 dollari la propria stima di fair value del Brent a tre anni e ha tagliato dello stesso importo le previsioni di prezzo medio per il 2027, stimando ora Brent e WTI rispettivamente a 58 e 54 dollari al barile, poiché l’elevata offerta ritarda il riequilibrio del mercato.

    Pur riconoscendo che i rischi geopolitici restano elevati, la banca ritiene che questi genereranno soprattutto volatilità e non un rally sostenuto. «Sebbene le minacce alle forniture soggette a sanzioni possano provocare picchi di prezzo», spiegano gli strateghi, la preferenza dei decisori politici per un’energia abbondante e prezzi relativamente bassi tenderà a limitare i rialzi, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti.

    Nel complesso, i rischi per lo scenario sono considerati bilanciati ma con una lieve inclinazione al ribasso.

    Oltre il 2026, Goldman prevede una graduale ripresa dei prezzi a partire dal 2027, con il rallentamento della crescita dell’offerta non-OPEC e una domanda che dovrebbe restare solida. Tuttavia, la banca ha rivisto al ribasso le prospettive di lungo periodo, riducendo le stime per Brent e WTI nel periodo 2030–2035 rispettivamente a 75 e 71 dollari al barile, pur sostenendo che una ripresa di lungo termine sarà comunque necessaria per sostenere gli investimenti dopo anni di scarsi capitali destinati ai progetti a ciclo lungo.

  • L’oro segna nuovi record ed “è ormai molto più di una semplice copertura nei portafogli”, secondo gli esperti

    L’oro segna nuovi record ed “è ormai molto più di una semplice copertura nei portafogli”, secondo gli esperti

    Un mix di tensioni politiche e incertezze macroeconomiche, aggravato dall’indagine che coinvolge Jerome Powell, ha spinto l’oro su livelli senza precedenti, superando per la prima volta la soglia dei 4.600 dollari l’oncia. Il prezzo spot ha toccato questa mattina i 4.601,17 dollari, mentre i future sono saliti fino a 4.612,40 dollari l’oncia.

    La corsa dell’argento non accenna a fermarsi: il metallo bianco ha segnato nuovi massimi storici a 84,653 dollari l’oncia sul mercato spot, dopo essere cresciuto di quasi il 150% nel 2025. “Ci aspettiamo che il deficit nel mercato dell’argento continui per tutto il 2026, principalmente a causa della crescente domanda di investimento”, ha dichiarato BMI, divisione di Fitch Solutions, aggiungendo che anche la domanda industriale ha ulteriormente ristretto l’offerta fisica a livelli senza precedenti.

    “La performance dei metalli preziosi è un promemoria dell’elevato grado di incertezza che caratterizza i mercati — geopolitica, dibattito su crescita e tassi, e ora un nuovo rischio istituzionale alimentato dai titoli dei giornali”, spiega Charu Chanana, chief investment strategist di Saxo Markets a Singapore.

    Il riferimento è all’annuncio di Powell relativo a un’indagine penale sul suo coinvolgimento nella ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede della banca centrale a Washington, D.C., e alla relativa testimonianza resa al Congresso.

    La risposta del presidente della Fed è stata dura: la possibile incriminazione “va letta nel contesto più ampio delle minacce e delle pressioni in corso da parte dell’amministrazione” volte a influenzare le decisioni sui tassi di interesse della banca centrale. I ripetuti attacchi dell’amministrazione Trump alla Fed lo scorso anno hanno contribuito a indebolire il dollaro e a sostenere l’ascesa dell’oro.

    Anche le proteste in Iran hanno rafforzato la domanda di beni rifugio. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato ieri di stare valutando diverse opzioni riguardo all’Iran, ribadendo al contempo le minacce di appropriarsi della Groenlandia e mettendo in discussione il valore dell’alleanza NATO, poco più di una settimana dopo aver detenuto il leader venezuelano Nicolás Maduro.

    Nel frattempo, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha fissato per mercoledì la prossima decisione sui dazi di Trump. Un verdetto contrario indebolirebbe la principale politica economica del presidente e rappresenterebbe la sua più grande sconfitta legale dal ritorno alla Casa Bianca.

    I metalli preziosi sono al centro di un potente rally strutturale alimentato da una serie di fattori favorevoli di lungo periodo. Tra i principali: il calo dei tassi di interesse USA, l’aumento delle tensioni geopolitiche, la diminuzione della fiducia nel dollaro e le sfide all’indipendenza della Fed. Oltre una dozzina di gestori di fondi hanno dichiarato di non avere intenzione di ridurre in modo significativo le posizioni in oro, mantenendo una forte convinzione nel suo valore di lungo termine.

    Thibaut Dorlet e Johann Mauchand, entrambi CFA Senior Multi-Asset Fund Manager, ritengono che il ruolo sempre più rilevante dell’oro nei portafogli “non sia più solo quello di una copertura”. Pur continuando a fungere da “assicurazione” contro l’indebolimento della correlazione tra azioni e obbligazioni e in un contesto geopolitico più incerto, l’oro si sta progressivamente affermando come una “vera scelta di allocazione reale”.

    Tra le dinamiche strutturali che spiegano questa trasformazione figurano le “riallocazioni delle banche centrali dal dollaro all’oro”, che “forniscono un sostegno presumibilmente duraturo, poco sensibile ai prezzi”. La Banca Popolare Cinese, ad esempio, detiene ufficialmente solo il 7,7% delle sue riserve in oro: una convergenza verso il circa 20% osservato tra le banche centrali del G10 implicherebbe quasi 3.300 tonnellate di acquisti aggiuntivi, equivalenti a diversi anni di accumulo (Bloomberg).

    Il contesto macroeconomico “è cambiato profondamente” e “tassi reali persistentemente bassi, politiche fiscali espansive e crescenti dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico rafforzano la necessità di detenere un asset indipendente da qualsiasi entità sovrana. L’oro sta diventando un asset ad alta convinzione e un naturale elemento di equilibrio nei portafogli”, proseguono gli esperti.

    A questi fattori si aggiunge “l’ampliamento dei canali di accesso agli investimenti in oro”, che “ha amplificato queste dinamiche”. In particolare, la crescita degli ETF ha consentito a una platea più ampia di investitori — retail, privati e istituzionali — di ottenere facilmente esposizione al metallo giallo.

    Dorlet e Mauchand concludono che “i movimenti recenti evidenziano una riallocazione strutturale, piuttosto che una semplice speculazione, verso un asset diventato un pilastro strategico. Oggi l’oro combina due funzioni essenziali: quella di cuscinetto nei periodi di stress e quella di motore di diversificazione nei mercati volatili”. In un panorama globale frammentato, l’oro emerge come “uno dei pochi asset in grado di offrire indipendenza dal rischio sovrano, resilienza nelle fasi recessive e un profilo rischio/rendimento potenzialmente interessante”.

  • Il dollaro scende mentre aumenta la pressione su Powell

    Il dollaro scende mentre aumenta la pressione su Powell

    Il dollaro statunitense ha perso terreno durante la seduta europea di lunedì dopo che i procuratori americani hanno avviato un’indagine penale sul presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, riaccendendo i timori di interferenze politiche sull’indipendenza della banca centrale USA.

    Alle 04:25 ET (09:25 GMT), il Dollar Index — che misura il biglietto verde contro un paniere di sei valute principali — segnava un calo dello 0,4% a 98,460, avviandosi a interrompere una serie positiva di cinque sedute.

    Powell sotto crescente pressione legale

    Il dollaro ha accelerato al ribasso dopo che Jerome Powell ha dichiarato che l’amministrazione Trump lo avrebbe minacciato di un’incriminazione penale in relazione alla testimonianza resa al Congresso la scorsa estate sui costi eccedenti di un progetto di ristrutturazione di un edificio della Federal Reserve.

    “Si tratta di capire se la Fed potrà continuare a fissare i tassi di interesse sulla base delle evidenze e delle condizioni economiche — oppure se la politica monetaria sarà invece guidata da pressioni o intimidazioni politiche”, ha affermato Powell.

    L’episodio rappresenta un’ulteriore escalation dello scontro tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la Federal Reserve, alimentando le preoccupazioni degli investitori sull’autonomia dell’istituzione.

    Gli analisti di ING hanno avvertito che le implicazioni per il dollaro potrebbero essere rilevanti. “I rischi al ribasso per il dollaro derivanti da qualsiasi ulteriore segnale di interferenza sull’indipendenza della Fed sono sostanziali”, hanno scritto in una nota.

    “Ancora una volta, il mercato obbligazionario sarà il barometro più importante, sia sul tratto breve della curva se i mercati torneranno a prezzare più tagli dei tassi, sia sul tratto lungo con potenziali segnali di stress legati ai rischi sull’indipendenza. Un forte irripidimento della curva potrebbe spingere il dollaro al ribasso”.

    L’attenzione si sposta ora sui dati dell’indice dei prezzi al consumo USA di dicembre, in uscita martedì, uno degli ultimi indicatori chiave prima della prossima riunione di politica monetaria della Fed a fine gennaio.

    “Avremmo avuto una visione moderatamente rialzista sul dollaro questa settimana, poiché ci aspettiamo che il core CPI statunitense di domani superi il consenso allo 0,4% mese su mese”, ha aggiunto ING, sottolineando però che “i mercati hanno bisogno di maggiore chiarezza su questo sviluppo esplosivo riguardante la Fed prima di tornare su posizioni lunghe sul dollaro”.

    Valute europee in rialzo

    In Europa, l’euro ha beneficiato della debolezza generalizzata del dollaro, con EUR/USD in rialzo dello 0,5% a 1,1690, in recupero dai minimi di un mese.

    Il calendario macro dell’area euro resta povero di dati di rilievo e, sebbene siano previsti interventi di alcuni esponenti della BCE, il tono recente è stato piuttosto uniforme.

    “Continuiamo a ritenere che EUR/USD possa puntare a 1,1600 nel breve termine se il rischio Fed viene riassorbito. Tuttavia, i mercati potrebbero aver bisogno di parecchie rassicurazioni e per oggi preferiamo mantenere un bias rialzista verso 1,170-1,1750”, ha dichiarato ING.

    La sterlina si è rafforzata, con GBP/USD in aumento dello 0,5% a 1,3464, mentre USD/CHF è sceso dello 0,7% a 0,7959.

    “Il franco svizzero è la valuta G10 con la migliore performance questa mattina, confermando il suo ruolo di copertura privilegiata contro i rischi legati all’indipendenza della Fed”, ha aggiunto ING.

    Valute asiatiche in lieve rialzo

    In Asia, USD/JPY è sceso dello 0,1% a 157,81, con lo yen che ha beneficiato della debolezza del dollaro, anche se i volumi sono rimasti contenuti a causa di una festività in Giappone.

    La coppia si è inoltre allontanata dai massimi annuali dopo che la leader del partito alleato della premier giapponese Sanae Takaichi ha dichiarato domenica che potrebbe indire elezioni anticipate l’8 o il 15 febbraio.

    Altrove, USD/CNY è sceso marginalmente a 6,9746, mentre AUD/USD è salito dello 0,3% a 0,6703, con il dollaro australiano — sensibile al rischio — in progresso contro il biglietto verde.

  • Dow Jones, S&P, Nasdaq, Wall Street, Futures, Nuove pressioni su Powell della Fed, tensioni in Iran sotto i riflettori mentre i mercati diventano cauti

    Dow Jones, S&P, Nasdaq, Wall Street, Futures, Nuove pressioni su Powell della Fed, tensioni in Iran sotto i riflettori mentre i mercati diventano cauti

    I future azionari statunitensi indicavano un avvio in calo all’inizio di una settimana intensa per i mercati, con l’attenzione concentrata sul rinnovato scrutinio politico nei confronti del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, e sull’escalation delle tensioni in Iran. Powell è finito al centro dell’attenzione domenica sera dopo aver suggerito che un’indagine del Dipartimento di Giustizia statunitense su un progetto di ristrutturazione della Fed sarebbe motivata politicamente. In seguito alle sue dichiarazioni, l’oro è balzato e il dollaro si è indebolito, mentre il petrolio ha consolidato dopo i recenti rialzi, con i mercati attenti ai rischi di approvvigionamento legati all’Iran. Separatamente, una ricerca di settore ha indicato che Apple (NASDAQ:AAPL) ha guidato il mercato globale degli smartphone nel 2025.

    Future in calo

    I future sugli indici azionari USA sono scesi lunedì, mentre gli investitori tornavano sul mercato affrontando nuove incertezze sull’indipendenza della Federal Reserve.

    Alle 02:58 ET, i future sul Dow Jones perdevano 244 punti (-0,5%), quelli sull’S&P 500 scendevano di 39 punti (-0,6%) e i future sul Nasdaq 100 calavano di 212 punti (-0,8%).

    L’S&P 500 aveva chiuso venerdì su un nuovo massimo storico, sostenuto dal rally dei titoli dei semiconduttori. I mercati avevano in gran parte ignorato un rapporto sull’occupazione mensile più debole delle attese, che non ha modificato in modo significativo le aspettative di ulteriori tagli dei tassi nel corso dell’anno.

    Gli investitori si preparano ora a una settimana ricca di dati macroeconomici rilevanti e delle trimestrali delle grandi banche, che tradizionalmente aprono la stagione degli utili. L’attenzione è rivolta anche alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che potrebbe pronunciarsi a breve sulla legittimità dei dazi generalizzati, pilastro dell’agenda economica del presidente Donald Trump.

    Powell segnala nuove pressioni politiche

    L’attenzione di inizio settimana si è però concentrata soprattutto sulla Federal Reserve. Il presidente Jerome Powell ha dichiarato domenica sera che il Dipartimento di Giustizia ha emesso delle citazioni in relazione a commenti da lui rilasciati la scorsa estate su un progetto di ristrutturazione della banca centrale.

    Powell ha affermato che il DOJ avrebbe minacciato un’incriminazione penale collegata alla sua testimonianza sugli extra-costi di una ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede della Fed a Washington.

    “Questa nuova minaccia non riguarda la mia testimonianza dello scorso giugno né la ristrutturazione degli edifici della Federal Reserve. Non riguarda il ruolo di vigilanza del Congresso; la Fed, attraverso testimonianze e altre comunicazioni pubbliche, ha fatto ogni sforzo per tenere informato il Congresso sul progetto di ristrutturazione”, ha dichiarato Powell in una nota pubblicata sul sito della Fed, aggiungendo che “questi sono dei pretesti”.

    Ha poi aggiunto: “La questione è se la Fed potrà continuare a fissare i tassi di interesse sulla base delle evidenze e delle condizioni economiche, oppure se la politica monetaria sarà guidata da pressioni o intimidazioni politiche”.

    Poco dopo le dichiarazioni di Powell, il presidente Donald Trump ha detto a NBC di non essere a conoscenza dell’indagine del Dipartimento di Giustizia.

    Oro in rialzo, dollaro in calo

    Gli sviluppi hanno riacceso i timori sulla capacità della Fed – una delle banche centrali più influenti al mondo – di operare senza interferenze politiche.

    Trump ha spesso criticato Powell e altri funzionari della Fed per non aver tagliato i tassi in modo più rapido e deciso. Lo scontro ha incluso anche un tentativo della Casa Bianca di rimuovere un altro esponente della Fed, la governatrice Lisa Cook, questione che la Corte Suprema dovrebbe esaminare tra due settimane.

    Il mandato di Powell alla guida della Fed scade a maggio e, secondo indiscrezioni, Trump starebbe già valutando possibili sostituti a lui fedeli. Powell non è però obbligato a dimettersi, lasciando aperta la possibilità che rimanga in carica nonostante le pressioni politiche.

    In questo contesto incerto, gli investitori si sono rifugiati nell’oro, tradizionalmente considerato un bene rifugio. Anche il dollaro si è indebolito, rendendo il metallo giallo più conveniente per gli investitori che operano in altre valute.

    Petrolio in consolidamento

    I prezzi del petrolio si sono stabilizzati dopo i recenti rialzi, mentre il protrarsi delle tensioni civili in Iran, importante produttore del Medio Oriente, continua a minacciare potenziali interruzioni dell’offerta globale.

    I future sul Brent hanno ceduto lo 0,3% a 63,22 dollari al barile, mentre il WTI statunitense è salito dello 0,1% a 58,98 dollari al barile.

    Entrambi i benchmark hanno guadagnato oltre il 3% la scorsa settimana, con l’intensificarsi delle proteste antigovernative, le più grandi contro l’establishment clericale iraniano dal 2022. Ciò ha accresciuto i timori di un conflitto regionale più ampio in un’area chiave per la produzione energetica.

    Apple guida il mercato globale degli smartphone

    Apple ha guidato il mercato globale degli smartphone nel 2025, sostenuta da una domanda solida per l’ultimo iPhone 17 e da forti vendite nei mercati emergenti e di medie dimensioni, secondo gli analisti di Counterpoint Research.

    Counterpoint ha affermato che Apple ha conquistato una quota di mercato globale del 20% e ha registrato una crescita di circa il 10% su base annua, la migliore tra i primi cinque marchi.

    Samsung segue a breve distanza con una quota del 19%, grazie alla crescita costante della gamma Galaxy A e alla “continua trazione” dei modelli premium Galaxy S e Z.

    Nel complesso, le spedizioni globali di smartphone sono aumentate del 2% su base annua, spinte anche dalla maggiore domanda di dispositivi di fascia alta. Tuttavia, Counterpoint ha avvertito che il forte aumento delle carenze e dei prezzi dei chip di memoria rende le prospettive per il mercato globale degli smartphone nel 2026 “conservative”.

  • DAX, CAC, FTSE100, Borse europee perlopiù in calo tra le tensioni in Iran e le pressioni su Powell

    DAX, CAC, FTSE100, Borse europee perlopiù in calo tra le tensioni in Iran e le pressioni su Powell

    I mercati azionari europei hanno iniziato la settimana con cautela lunedì, mentre gli investitori osservano l’escalation delle tensioni in Iran e il rinnovato scrutinio politico sul presidente della Federal Reserve, Jerome Powell.

    Intorno alle 08:05 GMT, il DAX tedesco era sostanzialmente invariato, mentre il CAC 40 francese cedeva lo 0,2% e il FTSE 100 britannico perdeva lo 0,2%.

    Crescente instabilità civile in Iran

    L’attenzione degli investitori è rivolta questa settimana all’Iran, dove le proteste civili si sono intensificate. Secondo un’organizzazione per i diritti umani, oltre 500 persone sarebbero state uccise dopo che le manifestazioni diffuse sono state represse con violenza dalle autorità iraniane.

    Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato domenica di stare valutando una serie di risposte dure, incluse opzioni militari, avvertendo la leadership iraniana che gli Stati Uniti interverrebbero se le forze di sicurezza aprissero il fuoco sui manifestanti. Trump ha inoltre affermato che l’Iran avrebbe contattato Washington per discutere del proprio programma nucleare, colpito da raid di Israele e Stati Uniti a giugno, aggiungendo che potrebbero tenersi incontri con funzionari iraniani.

    L’indagine su Powell pesa sul sentiment

    Il clima di rischio è stato ulteriormente appesantito dalla notizia che il U.S. Department of Justice ha aperto un’indagine penale sul presidente della Fed Jerome Powell, in relazione a una testimonianza resa al Congresso la scorsa estate riguardo a un progetto di ristrutturazione di un edificio della Federal Reserve.

    Commentando la notizia, Powell ha affermato: «Si tratta di capire se la Fed potrà continuare a fissare i tassi di interesse sulla base delle evidenze e delle condizioni economiche, oppure se la politica monetaria sarà guidata da pressioni o intimidazioni politiche».

    La vicenda solleva interrogativi sull’indipendenza di lungo periodo della Federal Reserve, anche se potrebbe aumentare le probabilità di un taglio dei tassi nel corso dell’anno, soprattutto dopo l’insediamento di un nuovo presidente della Fed al termine del mandato di Powell a maggio.

    Capgemini declassata

    In assenza di dati macroeconomici o risultati societari di rilievo in Europa nella giornata di lunedì, l’attenzione potrebbe concentrarsi su Capgemini (EU:CAP), dopo che Morgan Stanley ha rivisto al ribasso il giudizio sul gruppo francese dei servizi IT.

    La banca d’investimento statunitense ha declassato Capgemini a “underweight” da “equal-weight”, citando un potenziale di valutazione limitato e una scarsa visibilità su un’accelerazione sostenuta della crescita, secondo una nota diffusa lunedì.

    Petrolio stabile dopo i recenti rialzi

    I prezzi del petrolio si sono consolidati dopo i guadagni della scorsa settimana, mentre le persistenti tensioni in Iran, importante produttore mediorientale, continuano ad alimentare i timori di possibili interruzioni dell’offerta globale.

    I future sul Brent hanno ceduto lo 0,3% a 63,22 dollari al barile, mentre il WTI statunitense è salito dello 0,1% a 58,98 dollari al barile. Entrambi i benchmark avevano registrato un rialzo superiore al 3% la scorsa settimana, con l’intensificarsi delle proteste, le più ampie contro l’establishment clericale iraniano dal 2022.

    La situazione ha accresciuto i timori di un più ampio confronto regionale in una delle aree chiave per la produzione energetica globale.

  • Fincantieri in rialzo dopo il contratto di Vard negli Stati Uniti

    Fincantieri in rialzo dopo il contratto di Vard negli Stati Uniti

    Fincantieri (BIT:FCT) ha avviato la settimana con forza a Piazza Affari, sostenuta dalla notizia che la controllata norvegese Vard ha firmato un nuovo contratto con la società statunitense Ocean Null.

    Nelle prime fasi di contrattazione, il titolo Fincantieri ha registrato un rialzo superiore al 3%, superando momentaneamente la soglia dei 20 euro prima di rallentare leggermente, rimanendo comunque il miglior blue chip del FTSE MIB, in calo di circa lo 0,5%.

    Secondo il consenso MarketScreener, gli analisti che seguono Fincantieri indicano un prezzo obiettivo medio di 17,10 euro per azione, con una forchetta compresa tra 16 e 18,80 euro, e una raccomandazione outperform.

    Il contratto assegnato a Vard da Ocean Null riguarda la costruzione di quattro navi robotiche multi-purpose, per un valore complessivo superiore a 200 milioni di euro. L’accordo, annunciato prima dell’apertura del mercato milanese, prevede anche forniture integrate da parte di altre divisioni del gruppo Vard. Vard Electro fornirà l’intera suite dei sistemi SeaQ per le operazioni da remoto, mentre Vard Interiors curerà le soluzioni di interior design. Seaonics metterà a disposizione il sistema di lancio e recupero, che consentirà una gestione avanzata dei ROV (veicoli subacquei telecomandati) e delle unità geotecniche.

    In base ai termini dell’ordine, due navi saranno costruite nei cantieri norvegesi di Vard e consegnate nel primo e nel secondo trimestre del 2028. Le altre due unità saranno realizzate presso il cantiere di Vung Tau, in Vietnam, con consegna prevista nel terzo e quarto trimestre dello stesso anno.

    “Nell’era delle navi senza equipaggio, questo nuovo contratto con Ocean Null dimostra la capacità di Fincantieri e Vard di offrire soluzioni pionieristiche per la robotizzazione dell’industria marittima. La nostra rete produttiva globale e la leadership tecnologica ci consentono di supportare partner di livello mondiale nelle loro sfide, consolidando il ruolo di Fincantieri come punto di riferimento e catalizzatore di innovazione dirompente ed eccellenza operativa nel settore”, ha commentato l’amministratore delegato di Fincantieri, Pierroberto Folgiero.

    Gli analisti di WebSim Intermonte hanno sottolineato che l’accordo “rafforza ulteriormente il posizionamento di Vard nei segmenti offshore a più alto contenuto tecnologico, in linea con la direzione strategica del Piano 2026-2030 di Fincantieri, che privilegia valore, automazione e complessità operativa rispetto ai volumi”.

    Le navi robotiche multi-purpose «si collocano in un’area di forte crescita, legata alla robotizzazione, alle operazioni da remoto e alle applicazioni dual-use, confermando Vard come piattaforma chiave per l’evoluzione del business offshore del gruppo», conclude la SIM, confermando una raccomandazione outperform sul titolo con un target price di 24 euro.

  • Dow Jones, S&P, Nasdaq, Futures, Wall Street verso un’apertura in rialzo dopo il rapporto sull’occupazione

    Dow Jones, S&P, Nasdaq, Futures, Wall Street verso un’apertura in rialzo dopo il rapporto sull’occupazione

    I future sugli indici azionari statunitensi indicano un avvio positivo per la seduta di venerdì, con i mercati pronti a salire dopo due sessioni consecutive chiuse in modo contrastato.

    Il sentiment è stato sostenuto dalla pubblicazione del rapporto sull’occupazione di dicembre del Dipartimento del Lavoro, accolto favorevolmente dagli investitori.

    Sebbene la crescita dei posti di lavoro sia risultata inferiore alle attese, il dato è stato interpretato come favorevole per le prospettive sui tassi di interesse. Un rallentamento delle assunzioni potrebbe infatti ridurre le pressioni sulla Federal Reserve, rafforzando le aspettative di possibili tagli dei tassi più avanti nel corso dell’anno.

    Secondo il Dipartimento del Lavoro, le buste paga non agricole sono aumentate di 50.000 unità a dicembre, dopo un incremento rivisto al ribasso di 56.000 in novembre. Gli economisti si attendevano un aumento di circa 60.000 posti di lavoro, rispetto ai 64.000 inizialmente stimati per il mese precedente.

    Il rapporto ha inoltre mostrato un lieve calo del tasso di disoccupazione al 4,4% a dicembre, dal 4,5% rivisto di novembre. Il consenso prevedeva una discesa al 4,5%, dal 4,6% riportato in precedenza.

    Sebbene la Federal Reserve sia ancora ampiamente attesa mantenere invariati i tassi nella prossima riunione di fine mese, i dati potrebbero aumentare la fiducia in ulteriori riduzioni nel corso dell’anno.

    Giovedì Wall Street ha chiuso ancora una volta in modo contrastato. Il Dow Jones Industrial Average ha recuperato dopo il calo del giorno precedente, mentre il Nasdaq, più esposto al settore tecnologico, ha registrato il primo ribasso in quattro sedute.

    Il Dow è salito di 270,03 punti, pari allo 0,6%, a 49.266,11, avvicinandosi nuovamente al massimo storico di chiusura toccato all’inizio della settimana. L’S&P 500 è avanzato di appena 0,53 punti a 6.921,46, mentre il Nasdaq ha perso 104,26 punti, pari allo 0,4%, scendendo a 23.480,02.

    L’andamento misto ha riflesso la cautela degli investitori, riluttanti a prendere posizioni più marcate in vista dei dati sull’occupazione.

    In precedenza, un altro rapporto del Dipartimento del Lavoro aveva mostrato che le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono aumentate leggermente meno del previsto nella settimana conclusa il 3 gennaio. Le richieste iniziali sono salite a 208.000, in aumento di 8.000 rispetto al dato rivisto della settimana precedente pari a 200.000, contro attese di circa 210.000.

    A livello settoriale, forte rialzo per i titoli energetici grazie al balzo dei prezzi del petrolio. Il Philadelphia Oil Service Index ha guadagnato il 4,3%, mentre il NYSE Arca Oil Index è salito del 3,6%.

    Buona performance anche per il comparto immobiliare, con il Philadelphia Housing Sector Index in rialzo del 3,4%.

    In calo invece i titoli dei settori networking, biotecnologie e semiconduttori, che hanno pesato sul comparto tecnologico e contribuito alla flessione del Nasdaq.

  • DAX, CAC, FTSE100, Le borse europee salgono dopo il rimbalzo della produzione industriale tedesca

    DAX, CAC, FTSE100, Le borse europee salgono dopo il rimbalzo della produzione industriale tedesca

    I mercati azionari europei hanno registrato per lo più rialzi venerdì, dopo aver chiuso la seduta precedente poco mossi, sostenuti da dati macroeconomici migliori delle attese provenienti dalla Germania.

    Gli investitori hanno accolto positivamente i numeri che mostrano come la produzione industriale tedesca sia aumentata per il terzo mese consecutivo a novembre, contro le aspettative, grazie soprattutto a una ripresa della produzione automobilistica. I dati rafforzano l’idea che l’economia più grande d’Europa stia mostrando segnali di stabilizzazione verso la fine dell’anno.

    Gli indici principali hanno rispecchiato il miglioramento del sentiment: il CAC 40 di Parigi è salito di circa l’1,1%, il FTSE 100 di Londra ha guadagnato intorno allo 0,8% e il DAX di Francoforte è avanzato di circa lo 0,5%.

    Sul fronte societario, il colosso minerario Glencore (LSE:GLEN) ha messo a segno un forte rialzo, mentre Rio Tinto (LSE:RIO) ha ceduto terreno. Le due società hanno confermato di essere in trattative preliminari per una possibile combinazione di alcune o di tutte le loro attività, che potrebbe includere una fusione interamente in azioni.

    Le azioni di Peer American sono salite dopo indiscrezioni secondo cui la proposta di fusione con la canadese Teck Resources sarebbe sulla buona strada per ottenere l’autorizzazione antitrust in Europa.

    Gurit Holding (LSE:0QQR) è balzata dopo che il gruppo svizzero dei materiali compositi ha annunciato un accordo quinquennale per la fornitura di kit di materiali core del valore di circa 250 milioni di franchi svizzeri.

    Forte rialzo anche per Herald Investment Trust (LSE:HRI), dopo l’annuncio di un’offerta pubblica di acquisto che consentirebbe agli azionisti di vendere fino al 100% delle proprie azioni a un prezzo vicino al valore patrimoniale netto, con l’obiettivo di risolvere il contenzioso con l’investitore attivista Saba Capital.

    In progresso anche Halma (LSE:HLMA), dopo l’accordo per l’acquisizione della società italiana Safetec Srl, che rafforza il portafoglio del gruppo nel settore della sicurezza industriale.

    Il produttore olandese di apparecchiature per semiconduttori ASML (EU:ASML) ha registrato un rialzo, sostenuto dai ricavi trimestrali superiori alle attese annunciati da Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, il maggiore produttore mondiale di chip su contratto.

    In controtendenza, J Sainsbury (LSE:SBRY) è scesa bruscamente dopo che il secondo gruppo della grande distribuzione britannica ha segnalato un calo delle vendite della catena Argos nel cruciale trimestre natalizio.

  • Il petrolio sale mentre persistono le preoccupazioni sull’offerta da Venezuela e Iran

    Il petrolio sale mentre persistono le preoccupazioni sull’offerta da Venezuela e Iran

    I prezzi del petrolio sono aumentati per la seconda seduta consecutiva venerdì, con rialzi superiori all’1% e avviati verso il terzo guadagno settimanale consecutivo, mentre gli operatori valutavano le incertezze sulle forniture di greggio dal Venezuela e le crescenti preoccupazioni per la produzione in Iran. I future sul Brent sono saliti di circa l’1,3% a quota 62,8 dollari al barile, mentre il greggio statunitense West Texas Intermediate (WTI) ha guadagnato anch’esso circa l’1,3% a circa 58,5 dollari, proseguendo il rimbalzo dopo il balzo di oltre il 3% registrato giovedì in seguito ai ribassi precedenti. Il Brent è sulla buona strada per un aumento settimanale di circa il 2,7%, mentre il WTI segna un progresso di circa l’1,4%.

    L’incertezza geopolitica è stata un fattore chiave questa settimana, con l’attenzione dei trader rivolta a come gli ultimi sviluppi in Venezuela stiano influenzando i flussi globali di greggio e con le tensioni interne in Iran che alimentano i timori sull’offerta. Gli analisti indicano inoltre che un aumento dello stress geopolitico sta sostenendo i prezzi, nonostante le aspettative di un mercato in surplus nel 2026. “I colli di bottiglia nel flusso dei barili soggetti a sanzioni e segnali di domanda stabile sembrano controbilanciare, almeno per ora, lo scenario di eccesso di offerta nel 2026”, ha affermato Priyanka Sachdeva, senior market analyst di Phillip Nova. “L’escalation delle tensioni geopolitiche contribuisce allo slancio attuale dei prezzi del petrolio”.

    Il mercato è stato sostenuto anche dal rischio politico legato alle azioni degli Stati Uniti in Venezuela, inclusa la rimozione del presidente Nicolás Maduro e le iniziative dell’amministrazione Trump per assumere il controllo del settore petrolifero del Paese, con possibili implicazioni sulle esportazioni future. Le proteste civili in Iran, unite ai timori che il conflitto tra Russia e Ucraina possa estendersi ulteriormente alle esportazioni di petrolio russo, hanno rafforzato il premio per il rischio sul greggio.

    “L’impennata dei prezzi è stata dovuta principalmente alla rivendicazione di Trump di controllare le esportazioni di petrolio del Venezuela, che potrebbe portare a un aumento dei prezzi rispetto alle vendite precedentemente scontate”, ha dichiarato Tina Teng, market strategist di Moomoo ANZ.

    Nel frattempo, le principali compagnie petrolifere e le grandi case di trading stanno cercando di posizionarsi per accedere al greggio venezuelano nell’ambito dei nuovi schemi del governo statunitense, competendo per esportare barili accumulati in stoccaggio a causa di un complesso regime di embargo.

    Resta tuttavia l’attenzione sul quadro complessivo dell’offerta. Nonostante i rischi geopolitici, le scorte globali sono in aumento e alcuni analisti avvertono che un surplus strutturale potrebbe limitare ulteriori rialzi, a meno di un’ulteriore escalation delle tensioni.

  • Oro poco mosso in attesa dei dati USA sul lavoro; il metallo avviato a un rialzo settimanale

    Oro poco mosso in attesa dei dati USA sul lavoro; il metallo avviato a un rialzo settimanale

    I prezzi dell’oro sono rimasti vicini ai livelli recenti nelle contrattazioni asiatiche di venerdì, con gli investitori prudenti in vista della pubblicazione dei dati chiave sull’occupazione negli Stati Uniti prevista più tardi nella giornata. Il metallo giallo resta comunque avviato a chiudere la settimana in rialzo, sostenuto dai rischi geopolitici, in particolare dalle tensioni tra Stati Uniti e Venezuela. L’oro spot si attestava intorno a 4.474 dollari l’oncia nelle prime ore di scambi, mentre i futures sull’oro USA risultavano in lieve calo. Nel complesso, il metallo è sulla buona strada per un guadagno settimanale superiore al 3%, dopo il forte balzo di inizio settimana legato all’aumento delle tensioni geopolitiche e alla cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro.

    Forza del dollaro e dati sul lavoro sotto osservazione

    Un dollaro statunitense più forte, che di recente ha toccato un massimo di circa un mese, ha esercitato una certa pressione sull’oro, rendendolo più costoso per gli acquirenti che utilizzano altre valute. I mercati attendono il report sui nonfarm payrolls USA, che potrebbe offrire nuove indicazioni sulla solidità del mercato del lavoro e sull’orientamento futuro della politica monetaria della Federal Reserve, in particolare riguardo a tempi ed entità di eventuali futuri tagli dei tassi. I trader stanno progressivamente scontando la possibilità di due ulteriori riduzioni dei tassi statunitensi nel 2026, dopo il taglio deciso dalla Fed a dicembre. Tassi più bassi tendono a favorire l’oro, che non offre rendimento e risulta più competitivo quando diminuiscono i costi di finanziamento.

    Le tensioni geopolitiche sostengono la domanda di beni rifugio

    Le persistenti tensioni tra Stati Uniti e Venezuela continuano a sostenere la domanda di asset rifugio. Dopo il forte rialzo di inizio settimana, i prezzi si sono consolidati, ma il rischio di un confronto prolungato resta un fattore di supporto per l’oro, soprattutto con gli sviluppi politici e militari ancora al centro dell’attenzione.

    Altri metalli in rialzo

    Venerdì anche altri metalli preziosi e industriali hanno mostrato una tendenza positiva. L’argento e il platino hanno registrato progressi, mentre il palladio ha messo a segno un forte rialzo. In crescita anche i futures sul rame, sia sul London Metal Exchange sia sul mercato statunitense, a indicare una forza più diffusa nel comparto dei metalli.