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  • Borsa di Milano apre in rialzo con le banche in evidenza; avanza Leonardo, scivola MFE

    Borsa di Milano apre in rialzo con le banche in evidenza; avanza Leonardo, scivola MFE

    La Borsa di Milano ha avviato la seduta in deciso progresso, con il FTSE MIB sostenuto soprattutto dai titoli bancari, in un contesto di mercati europei complessivamente positivi.

    L’attenzione degli investitori questa settimana è rivolta alla riunione della Banca Centrale Europea in programma giovedì e alla pubblicazione dei risultati di Alphabet e Amazon negli Stati Uniti. Oltreoceano pesa anche il parziale shutdown del governo, che ha portato al rinvio di importanti dati sull’occupazione inizialmente attesi per venerdì.

    Intorno alle 9:40, il FTSE MIB guadagnava circa l’1%, mentre l’indice del settore bancario saliva di circa l’1,5%. Tra gli istituti di credito si sono messi in evidenza UniCredit (BIT:UCG) e Banca Monte dei Paschi di Siena (BIT:BMPS), entrambi in rialzo di circa l’1,7%.

    Buona anche la performance di Leonardo (BIT:LDO), in crescita di circa l’1,8% dopo la notizia di un accordo preliminare legato alla produzione di elicotteri in India. In rialzo anche Recordati (BIT:REC), che guadagna l’1,3% dopo l’upgrade di Kepler Cheuvreux a ‘buy’ da ‘hold’.

    Sul fronte opposto, MFE-MediaForEurope (BIT:MFEA) cede circa il 2,3%, penalizzata dai risultati della controllata tedesca ProSiebenSat.1. In forte calo anche Industrie De Nora (BIT:DNR), che perde quasi il 5% nelle prime fasi di contrattazione.

  • Intesa Sanpaolo: S&P conferma i rating e mette in evidenza un modello di business “solido”

    Intesa Sanpaolo: S&P conferma i rating e mette in evidenza un modello di business “solido”

    Intesa Sanpaolo (BIT:ISP) resta al centro dell’attenzione dei mercati dopo la pubblicazione dei risultati 2025 e la presentazione del nuovo piano strategico 2026–2029 avvenuta ieri. Oggi i riflettori sono puntati sulla valutazione di S&P Global Ratings, che ha aggiornato il giudizio sul gruppo bancario italiano.

    L’agenzia ha confermato il rating di lungo termine senior preferred (unsecured) a ‘BBB+’ e ha rivisto l’outlook a positivo da stabile. Confermato anche il rating di breve termine a ‘A-2’. La revisione dell’outlook segue quella analoga effettuata da S&P sul debito sovrano italiano lo scorso 30 gennaio.

    “Non sono attese conseguenze finanziarie o economiche significative per la banca”, ha sottolineato il management dell’istituto.

    Secondo S&P, “l’attuale Stand-Alone Credit Profile (SACP) di Intesa Sanpaolo, pari a ‘A-’, è inoltre superiore al rating sovrano dell’Italia”, e ciò “riflette la nostra convinzione che la solidità, il modello di business robusto e diversificato, l’elevata efficienza e il basso costo del rischio sosterranno gli utili e i buffer patrimoniali nei prossimi anni”.

    Tuttavia, gli analisti guidati da Letizia Conversano precisano: “considerata l’esposizione all’Italia, limitiamo il nostro rating su Intesa Sanpaolo al livello del debito sovrano”.

    S&P sottolinea che i giudizi sulla banca sono supportati “dalla forte presenza dell’istituto in Italia, da un modello di business efficacemente diversificato, che si traduce in una solida generazione di utili lungo il ciclo del credito, da una liquidità solida e da una buona qualità degli attivi”. “Allo stesso tempo”, conclude l’agenzia, “il nostro rating di lungo termine riflette la concentrazione del gruppo bancario in Italia e la nostra opinione è che la banca difficilmente riuscirebbe a resistere a un ipotetico default sovrano. Pertanto, il rating su Intesa Sanpaolo resta limitato al livello del rating sovrano italiano”.

    Per quanto riguarda il nuovo piano industriale, Intesa Sanpaolo punta a una crescita sostenuta degli utili e a un rafforzamento della politica di distribuzione agli azionisti. Il piano prevede dividendi complessivi per circa 37,5 miliardi di euro e buyback per 12,5 miliardi di euro, grazie a un payout ratio destinato a salire al 75%. Sul fronte operativo, la banca stima un utile netto superiore a 11,5 miliardi di euro nel 2029, un ROTE del 27%, un cost/income ratio del 37% e un margine di interesse netto (NII) pari a 16,3 miliardi di euro.

    Sul fronte delle valutazioni degli analisti, Citi ha confermato il giudizio buy con target price a 6,80 euro. Secondo la banca d’affari, i buyback annunciati hanno superato il consensus, mentre gli obiettivi del piano sono in linea con le attese del mercato, anche se “non così ambiziosi come speravamo”. In mattinata il titolo Intesa Sanpaolo segnava un rialzo di circa l’1% a 6,039 euro.

    Equita ha aumentato del 3% il target price a 7,30 euro, confermando la raccomandazione buy e definendo la strategia “un piano solido, con leve chiare e basso rischio di esecuzione”. Gli analisti hanno inoltre rivisto al rialzo del 2% medio le stime di utile per il periodo 2026–2029, aggiungendo che gli obiettivi del piano “non solo appaiono raggiungibili, ma anche conservativi”.

    Banca Akros ha confermato la raccomandazione accumulate e il prezzo obiettivo a 6,40 euro, riassumendo così il piano: “Nuovo piano industriale: solide prospettive di crescita davanti”. Infine, WebSim Intermonte ha ribadito il giudizio outperform e il target price di 7,10 euro, concludendo che “i risultati sono stati in linea con le attese, mentre i target del piano sono risultati leggermente superiori alle aspettative”.

  • Stellantis supera il mercato auto italiano con una forte performance a gennaio

    Stellantis supera il mercato auto italiano con una forte performance a gennaio

    Stellantis (BIT:STLAM) ha iniziato l’anno con il piede giusto in Italia, registrando a gennaio una crescita delle vendite quasi doppia rispetto a quella dell’intero mercato, segnando una netta inversione di tendenza dopo un 2025 difficile.

    Il gruppo automobilistico italo-francese, che riunisce marchi come Fiat, Jeep, Lancia, Chrysler, Alfa Romeo, Peugeot, Opel, Citroën/DS e Leapmotor, ha messo a segno un aumento delle immatricolazioni dell’11,8% a 46.452 unità rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, secondo i calcoli di Reuters. Il dato ha nettamente superato la crescita complessiva del mercato italiano, pari a circa il 6%.

    “Partenza sprint nel 2026 per Stellantis in Italia”, ha sottolineato la società in una nota, aggiungendo che “a gennaio il gruppo è cresciuto in Italia quasi il doppio del mercato nazionale complessivo”. Il risultato rappresenta un deciso miglioramento rispetto al +4,6% di dicembre, dopo un calo del 6,2% sull’intero 2025.

    La quota di mercato di Stellantis in Italia è salita al 32,6%, dal 31,1% dello stesso mese del 2025 e dal 23,7% di dicembre. Il gruppo ha inoltre dominato la classifica dei modelli più venduti, occupando le prime quattro posizioni. Fiat ha guidato con una quota del 15,8% nel canale delle vendite ai privati, definita “la migliore del mercato”, mentre Jeep, Citroën, Lancia e Opel hanno registrato incrementi delle immatricolazioni rispettivamente del 4,9%, 3,1%, 15,7% e 12,4%.

    Alfa Romeo ha mostrato una buona performance con il modello Junior, che ha raggiunto una quota del 4,3% nel proprio segmento, in aumento di 0,7 punti percentuali. Bene anche Peugeot, che con 7.956 immatricolazioni è salita dal quinto al quarto posto nella classifica dei marchi, grazie soprattutto ai modelli 3008 e 208.

    Leapmotor ha continuato a consolidare la propria crescita, totalizzando 1.118 immatricolazioni a gennaio. Il dato corrisponde a una quota dello 0,8% del mercato totale e dell’1,3% del mercato privati, pari a un balzo del 594% rispetto a gennaio 2025.

    Nel comparto dei veicoli commerciali, Fiat Professional è stato il marchio Stellantis con la migliore performance in Italia. Il brand ha superato le 3.544 immatricolazioni, raggiungendo una quota di mercato del 25,1%, in aumento di 3,1 punti percentuali su base annua. I modelli Doblò e Ducato hanno occupato le prime due posizioni della categoria, con rispettivamente 1.407 e 1.175 immatricolazioni.

    Considerando l’intero mercato italiano, a gennaio le nuove immatricolazioni hanno raggiunto quota 141.980 unità, secondo i dati diffusi dal Ministero dei Trasporti. Nell’intero 2025, le vendite sono scese del 2,1% a circa 1,56 milioni di veicoli.

    I costruttori cinesi hanno continuato a guadagnare terreno, con BYD che ha visto le immatricolazioni crescere di circa il 330% su base annua a 3.553 unità, mentre i marchi Omoda/Jaecoo di Chery sono saliti del 357% a 2.496 unità. Anche Tesla ha registrato un rimbalzo delle vendite, in aumento del 75% a 713 veicoli.

    “Dopo le difficoltà del 2025, questo primo risultato positivo alimenta la speranza che l’anno in corso possa vedere una ripresa iniziale, graduale ma significativa del mercato, anche grazie al tanto atteso lancio di nuovi modelli prodotti nel nostro Paese e all’attuazione delle misure di sostegno previste dal Fondo Automotive del MIMIT, la cui programmazione pluriennale delle risorse fino al 2030 è stata annunciata”, ha dichiarato Roberto Vavassori, presidente dell’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica (Anfia).

    Vavassori ha aggiunto che nei recenti incontri è stata evidenziata l’efficacia del pacchetto di incentivi per l’installazione di infrastrutture di ricarica nelle abitazioni e nei condomini, sottolineando al contempo la necessità di una revisione rapida e pragmatica delle norme europee sulle emissioni di CO₂. Il presidente di Anfia ha chiesto l’immediata applicazione del principio di neutralità tecnologica, il riconoscimento dei carburanti rinnovabili, l’introduzione di un fattore di correzione del carbonio e una revisione degli obiettivi 2030 e 2035.

    A Piazza Affari, intanto, il titolo Stellantis ha aperto in calo di circa lo 0,5% a 8,364 euro, portando la flessione da inizio anno a circa il 13% rispetto ai 9,72 euro. Sul fronte delle raccomandazioni, Morgan Stanley ha declassato il titolo a ‘equal weight’ da ‘overweight’, alzando però il target price a 9,20 euro per azione da 8,50 euro.

  • Leonardo firma un MoU con Adani per lo sviluppo di un polo elicotteristico in India

    Leonardo firma un MoU con Adani per lo sviluppo di un polo elicotteristico in India

    Leonardo (BIT:LDO) ha firmato un memorandum of understanding con Adani Defence & Aerospace per la creazione di un sistema integrato di produzione di elicotteri in India, secondo quanto comunicato dalle due società in una nota congiunta.

    L’accordo riguarda in particolare le piattaforme militari AW169M e AW109 TrekkerM ed è finalizzato a supportare la produzione e l’assemblaggio locale nel Paese. Le parti hanno aggiunto che l’iniziativa potrebbe in futuro essere estesa anche al settore dell’aviazione civile.

    Secondo Adani, le Forze Armate indiane stimano un fabbisogno superiore a 1.000 elicotteri nel prossimo decennio. Il polo produttivo proposto è pensato per rispondere a questa domanda attesa e per rafforzare le capacità industriali dell’India nei settori aerospaziale e della difesa.

  • Prysmian si aggiudica un contratto da 2,3 miliardi di euro per un grande collegamento elettrico nel Regno Unito

    Prysmian si aggiudica un contratto da 2,3 miliardi di euro per un grande collegamento elettrico nel Regno Unito

    Il gruppo italiano dei cavi Prysmian (BIT:PRY) ha ottenuto un contratto del valore di oltre 2,3 miliardi di euro per la realizzazione di un nuovo collegamento elettrico ad alta capacità tra Scozia e Inghilterra.

    In base all’accordo con SP Energy Networks e National Grid (LSE:NG.), Prysmian sarà coinvolta nel progetto Eastern Green Link 4, pensato per rafforzare le connessioni tra i due sistemi elettrici nazionali.

    L’iniziativa punta a migliorare la resilienza e la flessibilità della rete elettrica britannica, facilitando i flussi di energia tra Scozia e Inghilterra e sostenendo l’integrazione delle fonti rinnovabili.

    Per Prysmian, l’accordo rappresenta una commessa di rilievo nel settore delle infrastrutture energetiche, consolidando il suo ruolo di fornitore chiave di soluzioni avanzate per cavi elettrici e per le telecomunicazioni.

  • Il calo di Nvidia potrebbe pesare su Wall Street all’apertura: Dow Jones, S&P, Nasdaq, Futures

    Il calo di Nvidia potrebbe pesare su Wall Street all’apertura: Dow Jones, S&P, Nasdaq, Futures

    I future sui principali indici azionari statunitensi indicano un avvio in ribasso per la seduta di lunedì, segnalando possibili perdite dopo una settimana scorsa caratterizzata da un andamento contrastato.

    Un fattore chiave di pressione è il calo di Nvidia (NASDAQ:NVDA), con il titolo del colosso dell’intelligenza artificiale in flessione di circa l’1,6% nelle contrattazioni pre-market.

    Il movimento segue un articolo del Wall Street Journal secondo cui il piano di Nvidia di investire fino a 100 miliardi di dollari in OpenAI — per supportare l’addestramento e il funzionamento dei suoi più recenti modelli di intelligenza artificiale — avrebbe subito una battuta d’arresto. Citando fonti a conoscenza della questione, il WSJ ha riferito che all’interno di Nvidia sarebbero emersi dubbi sull’operazione.

    Più in generale, le persistenti tensioni commerciali e la rinnovata incertezza sulla politica monetaria statunitense stanno alimentando un atteggiamento di maggiore cautela tra gli investitori.

    Detto questo, i volumi di scambio potrebbero rimanere contenuti, con i mercati in attesa del rapporto mensile sul lavoro del Dipartimento del Lavoro, in uscita venerdì. Il dato dovrebbe mostrare un aumento dell’occupazione di circa 70.000 unità a gennaio, dopo le 50.000 di dicembre, e potrebbe influenzare le aspettative sui tassi di interesse.

    Wall Street ha chiuso in gran parte in ribasso venerdì, dopo una seduta volatile ma con un’impostazione negativa. Dopo aver recuperato parzialmente da un sell-off iniziale giovedì, i tre principali indici hanno terminato la giornata nettamente in territorio negativo.

    Il Nasdaq ha guidato le perdite, scendendo di 223,30 punti (-0,9%) a 23.461,82. Il Dow Jones Industrial Average ha ceduto 179,09 punti (-0,4%) a 48.892,47, mentre l’S&P 500 ha perso 29,98 punti (-0,4%) a 6.939,03.

    Nel complesso della settimana, l’andamento è stato misto: l’S&P 500 ha guadagnato lo 0,3%, mentre il Nasdaq ha perso lo 0,2% e il Dow lo 0,4%.

    Parte della debolezza dei mercati è stata alimentata da rinnovate preoccupazioni sull’inflazione, dopo che il Dipartimento del Lavoro ha comunicato un aumento dei prezzi alla produzione superiore alle attese per dicembre. L’indice dei prezzi alla produzione per la domanda finale è salito dello 0,5% a dicembre, dopo il +0,2% di novembre, contro attese di un nuovo incremento dello 0,2%.

    Su base annua, i prezzi alla produzione sono aumentati del 3,0% a dicembre, invariati rispetto a novembre, mentre gli economisti prevedevano un rallentamento al 2,7%.

    A pesare sul sentiment hanno contribuito anche nuove minacce tariffarie del presidente Donald Trump, che ha ventilato l’imposizione di un dazio del 50% sugli aeromobili venduti negli Stati Uniti dal Canada, a causa del rifiuto di certificare alcuni jet Gulfstream. Trump ha inoltre firmato un ordine esecutivo per imporre dazi su qualsiasi bene proveniente da Paesi che vendono o forniscono petrolio a Cuba.

    Gli investitori stanno anche valutando l’annuncio di Trump sull’intenzione di nominare l’ex governatore della Federal Reserve Kevin Warsh come successore dell’attuale presidente Jerome Powell.

    “Sebbene i mercati siano probabilmente sollevati dal fatto che sia stato nominato un ex funzionario della Fed noto e con esperienza come prossimo presidente, è probabile che l’attenzione si sposti presto sul timore che non sarà così accomodante come inizialmente previsto”, ha dichiarato Chris Zaccarelli, Chief Investment Officer di Northlight Asset Management.

    A livello settoriale, i titoli auriferi sono stati tra i più colpiti, con l’indice NYSE Arca Gold Bugs in crollo del 12,6% a seguito del forte calo dei prezzi dell’oro. Anche i titoli dei semiconduttori e dell’hardware informatico hanno mostrato una marcata debolezza, contribuendo al ribasso del Nasdaq.

    Acciaio, compagnie aeree, biotecnologie e settore immobiliare hanno registrato ulteriori cali, muovendosi al ribasso insieme alla maggior parte degli altri comparti.

  • Le borse europee avanzano grazie all’allentamento delle tensioni USA-Iran e ai dati positivi sulle vendite al dettaglio tedesche: DAX, CAC, FTSE100

    Le borse europee avanzano grazie all’allentamento delle tensioni USA-Iran e ai dati positivi sulle vendite al dettaglio tedesche: DAX, CAC, FTSE100

    Le azioni europee hanno chiuso in prevalenza in rialzo lunedì dopo un avvio debole, sostenute da segnali di attenuazione delle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran e da dati incoraggianti sulle vendite al dettaglio in Germania.

    I dati ufficiali hanno mostrato che le vendite al dettaglio tedesche sono aumentate dello 0,1% su base mensile a dicembre, invertendo il calo dello 0,5% registrato a novembre. Su base annua, le vendite sono cresciute dell’1,5%, accelerando rispetto all’1,3% del mese precedente.

    In questo contesto, il DAX tedesco è salito di circa lo 0,7%, mentre il FTSE 100 del Regno Unito e il CAC 40 francese hanno guadagnato entrambi intorno allo 0,6%.

    Il dollaro ha mantenuto i recenti rialzi dopo che lo speaker della Camera USA, Mike Johnson, ha dichiarato che potrebbero volerci alcuni giorni prima che un pacchetto di finanziamento del governo venga sottoposto al voto, mantenendo una certa incertezza a Washington.

    Tra i singoli titoli, Julius Baer (TG:JGE) è scesa dopo che la banca svizzera ha riportato un forte calo degli utili per il 2025.

    In Francia, Sanofi (EU:SAN) è salita dopo che il gruppo farmaceutico ha annunciato risultati promettenti in uno studio clinico di fase avanzata per un farmaco contro una malattia genetica.

    Nel Regno Unito, 3i Infrastructure (LSE:3IN) è finita sotto pressione dopo aver segnalato una probabile svalutazione di circa 212 milioni di sterline legata al suo investimento in DNS:NET.

  • Prezzo del Bitcoin oggi: scende a 77.000 dollari, vicino ai minimi di 10 mesi tra liquidazioni e timori sulla Fed

    Prezzo del Bitcoin oggi: scende a 77.000 dollari, vicino ai minimi di 10 mesi tra liquidazioni e timori sulla Fed

    Il Bitcoin (COIN:BTCUSD) si è mantenuto vicino ai livelli più bassi da aprile nella giornata di lunedì, dopo che una forte ondata di vendite nel fine settimana ha spinto i prezzi verso l’area dei 75.000 dollari. Le massicce liquidazioni di posizioni a leva e la crescente incertezza macroeconomica hanno continuato a pesare sul sentiment.

    La principale criptovaluta mondiale segnava un calo del 2,2% a 76.825,4 dollari alle 03:06 ET (08:06 GMT), dopo aver toccato un minimo intraday di 74.635,5 dollari, livelli che non si vedevano da quasi dieci mesi.

    Con la pressione in vendita ancora presente, il Bitcoin si avvicina ora a un possibile minimo di 15 mesi intorno ai 70.000 dollari.

    Il Bitcoin crolla nel fine settimana tra liquidazioni di massa

    Il ribasso ha avuto un impatto diffuso sull’intero mercato degli asset digitali. Circa 111 miliardi di dollari sono stati cancellati dalla capitalizzazione complessiva del mercato crypto nelle ultime 24 ore, secondo i dati di CoinGecko, a testimonianza dell’entità della correzione.

    Circa 1,6 miliardi di dollari in posizioni a leva sono stati liquidati, secondo i dati di Coinglass, mentre il calo dei prezzi ha costretto i trader a smontare rapidamente le scommesse rialziste.

    La liquidità ridotta, in particolare durante le sessioni del fine settimana, ha amplificato il movimento. Con il superamento al ribasso di livelli tecnici chiave, stop loss e margin call hanno accelerato le vendite, creando un circolo vizioso che ha aumentato la volatilità sui principali token.

    La debolezza del Bitcoin è stata inoltre collegata a un più ampio clima di avversione al rischio sui mercati globali, in seguito alla rinnovata attenzione sulla politica monetaria statunitense.

    La nomina di Warsh alla Fed da parte di Trump pesa sulle crypto

    La decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di nominare Kevin Warsh come prossimo presidente della Federal Reserve ha spinto gli investitori a rivedere le aspettative su tassi di interesse e condizioni di liquidità.

    Warsh, ex governatore della Fed, è ampiamente considerato di orientamento restrittivo, in particolare per quanto riguarda il controllo dell’inflazione e la disciplina di bilancio.

    Questa impostazione potrebbe tradursi in condizioni finanziarie più rigide rispetto a quanto previsto in precedenza, riducendo l’attrattiva degli asset più speculativi come le criptovalute, che tendono a beneficiare di abbondante liquidità e costi di finanziamento più bassi.

    “Le precedenti critiche di Warsh al QE e all’uso del bilancio della Fed per rafforzare la trasmissione della politica monetaria hanno innescato un rapido smontaggio delle operazioni che avevano beneficiato dei timori di svalutazione valutaria, incluso il bitcoin e altri token crypto”, ha dichiarato David Scutt, market analyst di StoneX Group.

    Il Bitcoin è sceso nettamente dai massimi storici toccati lo scorso anno, cancellando una parte significativa dei guadagni alimentati dall’ottimismo sull’adozione istituzionale e su condizioni finanziarie più accomodanti.

    Prezzi crypto oggi: le altcoin estendono i ribassi; Ether ai minimi di 7 mesi

    Le perdite si sono estese all’intero comparto crypto nella giornata di lunedì, proseguendo il forte calo del fine settimana.

    Ethereum, la seconda criptovaluta per capitalizzazione, è scesa del 6,6% a 2.290,92 dollari, scambiando vicino ai minimi di sette mesi toccati nella sessione precedente.

    XRP, terza crypto mondiale, ha perso il 4,4% a 1,59 dollari.

    Solana ha ceduto un ulteriore 3%, mentre Cardano e Polygon sono scese entrambe di circa l’1,5%.

    Tra i token meme, anche Dogecoin e $TRUMP hanno registrato lievi ribassi.

  • Oro e argento prolungano il crollo mentre si aggrava la crisi dei metalli preziosi

    Oro e argento prolungano il crollo mentre si aggrava la crisi dei metalli preziosi

    La discesa dei metalli preziosi non mostra segnali di rallentamento, con i prezzi dell’oro che continuano a scendere bruscamente dopo lo shock della scorsa settimana legato al cambiamento delle aspettative sulla futura politica monetaria statunitense.

    L’oro spot ha perso un ulteriore 4% nelle prime ore di scambio, scendendo intorno a 4.600 dollari l’oncia, dopo il tonfo del 9% di venerdì. In poche sedute, il calo complessivo ha raggiunto circa il 19%. Anche i future sull’oro con scadenza aprile sono arretrati, attestandosi intorno a 4.666 dollari l’oncia.

    L’argento ha registrato perdite ancora più pesanti. L’argento spot è sceso di un ulteriore 12% dopo il crollo del 27% di venerdì — la peggior seduta di sempre. Dal massimo storico di 121,64 dollari toccato la scorsa settimana, il metallo ha ora perso circa il 40%.

    In calo anche gli altri metalli preziosi. Il platino spot è sceso del 9,4% a 1.958,93 dollari l’oncia dopo aver raggiunto il record di 2.918,80 dollari il 26 gennaio, mentre il palladio ha perso il 5,1% a 1.611,86 dollari.

    Il catalizzatore iniziale del brusco ribasso di venerdì è stata la notizia che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump intende nominare Kevin Warsh come prossimo presidente della Federal Reserve. L’annuncio ha rafforzato il dollaro e incrinato la fiducia degli investitori che scommettevano sulla tolleranza di Trump verso una valuta più debole.

    Gli operatori considerano Warsh uno dei candidati più rigidi sul fronte dell’inflazione, rafforzando le aspettative di una politica monetaria più restrittiva. Questo scenario ha sostenuto il dollaro, penalizzando al contempo i metalli preziosi denominati in dollari.

    “L’incarico a Warsh, pur essendo probabilmente il primo fattore scatenante, non spiega da solo l’entità del crollo dei metalli preziosi, con liquidazioni forzate e aumenti dei margini che hanno avuto un effetto a catena”, ha affermato Tim Waterer, chief analyst di KCM Trade. “L’impostazione di politica monetaria di Warsh è stata generalmente favorevole al dollaro e, di conseguenza, negativa per l’oro, considerando la sua attenzione all’inflazione e le sue posizioni critiche sul quantitative easing e sugli eccessivi bilanci della Fed”, ha aggiunto.

    Nonostante la volatilità, gli investitori continuano ad attendersi almeno due tagli dei tassi nel 2026, uno scenario che tende a favorire asset privi di rendimento come oro e argento.

    A peggiorare il quadro, il CME Group ha annunciato nel fine settimana un aumento dei requisiti di margine sui future dei metalli preziosi, con effetto dalla chiusura del mercato di lunedì. Margini più elevati riducono in genere l’attività speculativa, limitano la liquidità e spingono i trader a chiudere le posizioni.

    Con l’improvviso arresto di un rally che aveva portato i prezzi su livelli record, gli investitori fortemente indebitati stanno venendo estromessi dal mercato e vendono altri asset per far fronte alle margin call su oro e argento.

    “Si tratta chiaramente di un movimento molto aggressivo oggi, dopo uno simile a quello di venerdì, perché i mercati asiatici ed europei stanno solo ora reagendo a quanto accaduto venerdì negli Stati Uniti”, ha dichiarato Ilya Spivak, responsabile globale macro di Tastylive. Se “il quadro generale continua a essere favorevole per l’oro, è evidente che abbiamo assistito a una battuta d’arresto speculativa e a una riorganizzazione dei portafogli, soprattutto quelli di breve termine, che stanno subendo la pressione delle margin call”.

    “In sintesi, il mercato era troppo affollato”, ha affermato Robert Gottlieb, ex trader di metalli preziosi di JP Morgan e ora commentatore indipendente, aggiungendo che la riluttanza degli investitori ad assumere nuovi rischi probabilmente limiterà la liquidità.

    “Molti acquirenti già in profitto erano pronti a uscire in qualsiasi momento”, ha spiegato Jia Zheng, responsabile del trading di Shanghai Soochow Jiuying Investment Management Co, aggiungendo che “il sell-off è stato in gran parte guidato da ETF legati ai metalli e da derivati con leva”.

    La misura in cui gli investitori cinesi interverranno per “comprare il ribasso” potrebbe determinare l’andamento futuro del mercato. Sebbene il prezzo di riferimento di Shanghai abbia continuato a scendere dopo l’apertura, resta comunque a premio rispetto ai mercati internazionali. Nel fine settimana, acquirenti si sono riversati nel principale mercato dell’oro di Shenzhen per acquistare gioielli e lingotti in vista del Capodanno Lunare.

    “La combinazione di elevata volatilità e dell’imminente festività del Capodanno cinese spingerà i trader a ridurre le posizioni e il rischio”, ha previsto Zijie Wu, analista di Jinrui Futures Co. Allo stesso tempo, ha aggiunto, il calo dei prezzi durante un periodo stagionalmente forte potrebbe sostenere la domanda retail in Cina. I mercati cinesi resteranno chiusi per poco più di una settimana a partire dal 16 febbraio.

    Gli analisti di JP Morgan ritengono che, nonostante le recenti turbolenze, il trend rialzista di lungo periodo resti intatto. “Restiamo fermamente convinti di una prospettiva rialzista per l’oro nel medio termine, basata su una tendenza di diversificazione strutturale, pulita e sostenuta, che deve ancora evolvere in un regime consolidato di sovraperformance degli asset reali rispetto a quelli cartacei”, hanno scritto in una nota.

    “Si tratta di un’uscita di massa”, ha commentato Ole Sloth Hansen, responsabile della strategia sulle materie prime di Saxo Bank A/S, aggiungendo che “il supporto fondamentale tornerà solo quando il sell-off sarà terminato e gli investitori potranno guardare di nuovo avanti”.

    Tuttavia, secondo Michael Hsueh, analista di Deutsche Bank AG, “i fondamentali non sono cambiati negli ultimi giorni e i driver tematici dell’oro restano positivi”, ribadendo un obiettivo di prezzo di 6.000 dollari l’oncia.

    Dal punto di vista tecnico, l’oro spot potrebbe subire ulteriori ribassi. L’analista tecnico di Reuters Wang Tao ha affermato che i prezzi potrebbero scendere verso un intervallo compreso tra 4.361 e 4.476 dollari l’oncia dopo il mancato consolidamento sopra il livello chiave di supporto a 4.662 dollari.

  • I prezzi del petrolio scendono di oltre il 3% sui colloqui USA-Iran; OPEC+ mantiene la produzione

    I prezzi del petrolio scendono di oltre il 3% sui colloqui USA-Iran; OPEC+ mantiene la produzione

    I prezzi del petrolio sono scesi bruscamente durante gli scambi asiatici di lunedì, perdendo oltre il 3%, dopo che le notizie su contatti tra Stati Uniti e Iran hanno ridotto parte del premio per il rischio geopolitico incorporato nel greggio. Al ribasso hanno contribuito anche prese di profitto dopo il recente rally.

    Il calo è seguito alla riunione del fine settimana dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio e dei suoi alleati (OPEC+), che ha deciso di lasciare invariati i livelli di produzione, in linea con le attese del mercato.

    I future sul Brent con consegna ad aprile sono scesi del 3,3% a 67,07 dollari al barile alle 20:31 ET (01:31 GMT).

    I prezzi del greggio avevano raggiunto quasi i massimi degli ultimi sei mesi la scorsa settimana, alimentati dai timori di un’escalation militare degli Stati Uniti contro l’Iran e dalle condizioni di freddo estremo in Nord America, considerate un fattore di possibile interruzione dell’offerta. Lunedì, tuttavia, parte di questi guadagni è stata annullata con gli investitori intenti a incassare i profitti.

    A esercitare ulteriore pressione è stato anche il rimbalzo del dollaro statunitense dai minimi degli ultimi quattro anni. Il biglietto verde si è rafforzato dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha nominato Kevin Warsh come prossimo presidente della Federal Reserve, rendendo le materie prime denominate in dollari, come il petrolio, più costose per gli acquirenti che operano in altre valute.

    Trump dice che l’Iran sta “parlando seriamente” con Washington

    Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato nel fine settimana che l’Iran sta “parlando seriamente” con la sua amministrazione, aprendo alla possibilità di una de-escalation delle tensioni tra i due Paesi.

    Le dichiarazioni di Trump sono arrivate poco dopo che funzionari iraniani avevano affermato di essere al lavoro per organizzare negoziati con gli Stati Uniti.

    Trump aveva più volte minacciato un’azione militare contro l’Iran in relazione al dossier nucleare e alle proteste in corso nel Paese, oltre ad aver disposto il dispiegamento di una flotta navale in Medio Oriente. Queste mosse avevano alimentato i timori di nuovi attacchi statunitensi contro Teheran, aumentando il rischio di instabilità geopolitica nella regione e di interruzioni nella produzione di petrolio.

    Di conseguenza, i prezzi del greggio erano saliti rapidamente, con i mercati che avevano incorporato un premio per il rischio più elevato. Le tensioni geopolitiche, insieme alle recenti interruzioni legate al meteo negli Stati Uniti, avevano aiutato il petrolio a superare le preoccupazioni per una domanda globale debole e per un potenziale eccesso di offerta nel 2026. Più di recente, anche una significativa interruzione della produzione in Kazakistan aveva sostenuto i prezzi.

    OPEC+ mantiene invariata la produzione

    L’OPEC+ ha confermato domenica che manterrà invariata la produzione di petrolio per il mese di marzo, ribadendo la decisione di sospendere ulteriori aumenti dell’offerta nonostante il recente rialzo dei prezzi.

    Il cartello aveva aumentato la produzione di circa 2,9 milioni di barili al giorno nel corso del 2025, ma a novembre ha annunciato una pausa a tempo indeterminato su nuovi incrementi. I prezzi del petrolio sono scesi di circa il 20% nell’ultimo anno.

    Il gruppo non ha fornito indicazioni prospettiche sulla politica produttiva futura, probabilmente a causa dell’elevata incertezza legata al contesto economico globale e alle tensioni geopolitiche.