L’oro supera quota 4.200 dollari grazie al calo dei timori sull’inflazione

Gold nuggets

I prezzi dell’oro sono balzati di oltre il 2% mercoledì, con i future che hanno superato la soglia dei 4.200 dollari l’oncia. L’ottimismo per un possibile accordo sulla riapertura dello Stretto di Hormuz ha infatti ridotto le preoccupazioni sull’inflazione, spingendo gli investitori a ridimensionare le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve.

Alle 02:07 ET (06:07 GMT), l’oro spot (XAU/USD) guadagnava il 2,1% a 4.162,79 dollari l’oncia, mentre i Gold Futures salivano dell’1,7% a 4.222,92 dollari. L’argento (XAG/USD) avanzava del 3,2% a 61,45 dollari l’oncia, mentre il platino (XPT/USD) cresceva dell’1,8% a 1.768,95 dollari.

I progressi diplomatici sostengono i metalli preziosi

L’oro ha esteso il proprio rialzo per la terza seduta consecutiva grazie ai segnali di avanzamento dei negoziati per la riapertura dello Stretto di Hormuz, che hanno attenuato i timori di prolungate interruzioni delle forniture energetiche mondiali.

Il Qatar ha confermato che i mediatori hanno predisposto una bozza di accordo per ripristinare il traffico marittimo nella strategica via d’acqua. Parallelamente, Axios ha riferito che Stati Uniti, Iran e Oman sarebbero vicini a un’intesa, con Washington intenzionata ad annunciarla già mercoledì.

Anche il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha dichiarato che un accordo per la riapertura dello Stretto potrebbe arrivare già tra martedì e mercoledì, rafforzando le aspettative di una stabilizzazione dei mercati energetici.

La prospettiva di prezzi del petrolio più contenuti ha spinto gli operatori a ridurre ulteriormente le aspettative di una stretta monetaria da parte della Federal Reserve. Il mercato sconta ora un solo rialzo dei tassi entro la fine dell’anno, rispetto ai due previsti appena una settimana fa.

Anche il Dollar Index statunitense ha registrato un lieve calo, rendendo l’oro denominato in dollari più conveniente per gli acquirenti internazionali e sostenendo ulteriormente il comparto dei metalli preziosi.

Domanda cinese e politica monetaria restano sotto osservazione

Dallo scoppio del conflitto tra Stati Uniti e Iran alla fine di febbraio, l’oro ha perso oltre il 20%, poiché l’aumento dei prezzi dell’energia aveva rafforzato le aspettative di un’inflazione persistente e di tassi d’interesse elevati più a lungo.

Sebbene la Federal Reserve abbia lasciato invariata la politica monetaria per la quinta riunione consecutiva la scorsa settimana, tre membri hanno votato a favore di un aumento dei tassi.

La presidente della Federal Reserve di Philadelphia, Anna Paulson, ha affermato di mantenere una posizione “aperta” sull’evoluzione della politica monetaria, alla luce dei segnali contrastanti sull’effettivo grado di restrizione delle condizioni finanziarie.

Anche il presidente della Fed di Kansas City, Jeff Schmid, ha sostenuto che potrebbero essere necessari tassi più elevati per riportare l’inflazione sotto controllo, invitando a non dare per scontato che le pressioni inflazionistiche causate dagli shock dell’offerta si riducano rapidamente.

Nel frattempo, anche la domanda proveniente dalla Cina continua a sostenere il mercato dell’oro. Secondo i dati di Bloomberg, gli ETF cinesi garantiti da oro hanno registrato afflussi per la quattordicesima seduta consecutiva fino a lunedì, la serie positiva più lunga da marzo e un segnale del ritorno degli investitori istituzionali.

Questi acquisti hanno contribuito a mantenere il metallo prezioso stabilmente sopra la soglia psicologica dei 4.000 dollari l’oncia, nonostante le persistenti incertezze sulle prossime mosse della Federal Reserve.

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