I mercati azionari europei si sono mossi in modo incerto martedì, oscillando attorno alla parità nonostante il forte aumento dei prezzi del petrolio. Il sentiment è stato parzialmente sostenuto da indiscrezioni secondo cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sarebbe disposto a porre fine al conflitto con l’Iran anche se lo Stretto di Hormuz dovesse restare in gran parte chiuso.
Alle 07:10 GMT, l’indice paneuropeo Stoxx 600 era in rialzo di circa lo 0,1%. Il DAX tedesco guadagnava lo 0,2%, il FTSE 100 britannico avanzava dello 0,1%, mentre il CAC 40 francese rimaneva sostanzialmente invariato.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Trump sarebbe disposto a concludere la campagna militare contro l’Iran — in corso da oltre un mese — anche se Teheran dovesse continuare a mantenere il controllo effettivo dello Stretto di Hormuz. Questo passaggio marittimo strategico è attraversato da circa un quinto del petrolio mondiale, e la sua chiusura di fatto per diverse settimane ha provocato un forte aumento dei prezzi energetici e alimentato timori di recessione a livello globale.
I futures sul Brent, benchmark globale del petrolio, si muovevano sopra 110 dollari al barile, rispetto ai circa 70 dollari prima dell’inizio del conflitto.
Il rapporto indica che Trump e i suoi consiglieri avrebbero valutato che un’operazione completa per riaprire lo stretto prolungherebbe il conflitto oltre l’orizzonte di quattro-sei settimane inizialmente previsto. L’amministrazione statunitense avrebbe quindi scelto di colpire duramente la marina iraniana e le sue capacità missilistiche, cercando allo stesso tempo di ridurre gradualmente le ostilità e aumentare la pressione diplomatica su Teheran. Funzionari statunitensi hanno inoltre indicato che Washington potrebbe fare affidamento sugli alleati europei e del Golfo nel caso in cui gli sforzi diplomatici non riuscissero a risolvere la situazione nello stretto.
Ulteriori indicazioni sull’impatto economico del conflitto in Medio Oriente potrebbero arrivare nel corso della giornata con la pubblicazione dei dati sull’inflazione dell’Eurozona relativi a marzo. Il conflitto regionale, che si è ampliato da un’offensiva congiunta Stati Uniti-Israele contro l’Iran fino a coinvolgere diversi Paesi dell’area, ha sollevato timori per possibili interruzioni nelle forniture energetiche.
L’Europa dipende in larga misura dalle importazioni di gas naturale provenienti dal Golfo, in particolare dal Qatar, dove alcune infrastrutture energetiche sarebbero state colpite da attacchi aerei iraniani.
I funzionari della Banca Centrale Europea (BCE) hanno indicato che un aumento dei tassi di interesse potrebbe diventare necessario qualora il rialzo dei prezzi dell’energia riaccendesse le pressioni inflazionistiche nell’area euro. La presidente della BCE Christine Lagarde ha affermato che i responsabili della politica monetaria potrebbero dover intervenire anche se l’aumento dei prezzi dovesse risultare temporaneo.
Gli economisti prevedono che l’inflazione headline dell’Eurozona salirà al 2,6% a marzo, rispetto all’1,9% di febbraio. L’obiettivo di inflazione a medio termine della BCE resta pari al 2,0%.
Le aspettative di un possibile aumento dei tassi da parte della BCE hanno spinto verso l’alto i rendimenti dei titoli di Stato europei nelle ultime sedute, anche se martedì mattina risultavano poco variati in attesa dei dati sull’indice dei prezzi al consumo. I rendimenti si muovono generalmente in direzione opposta rispetto ai prezzi delle obbligazioni.

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