Secondo gli analisti di Goldman Sachs, i prezzi del petrolio sono destinati a subire nuove pressioni nel 2026, poiché la crescita dell’offerta continuerà a spingere il mercato in una situazione di surplus. La banca ritiene che la dinamica osservata nel 2025 proseguirà, con una produzione abbondante in grado di compensare i rischi geopolitici e limitare rialzi duraturi dei prezzi.
Il Brent ha registrato un calo del 14% su base annua nel 2025, nonostante ripetuti picchi legati alle tensioni geopolitiche, un andamento che gli strateghi di Goldman ritengono destinato a ripetersi.
Il team guidato da Daan Struyven prevede che Brent e WTI registreranno prezzi medi rispettivamente di 56 e 52 dollari al barile nel 2026, ben al di sotto delle curve forward attuali di circa 62 e 58 dollari. Secondo la banca, il mercato dovrà assorbire una nuova ondata di offerta che porterà a un surplus stimato in 2,3 milioni di barili al giorno.
L’aumento delle scorte globali indica un crescente squilibrio e, secondo gli strateghi, «il riequilibrio del mercato richiederà probabilmente prezzi del petrolio più bassi nel 2026», in assenza di forti interruzioni dell’offerta o di nuovi tagli produttivi da parte dell’OPEC.
Lo scenario di base di Goldman non prevede ulteriori tagli OPEC nel prossimo anno, sostenendo che gli aumenti dell’offerta nel 2025 sono stati strategici e che la debolezza attuale dei prezzi riflette una forza temporanea dell’offerta piuttosto che un indebolimento della domanda.
La banca prevede un progressivo indebolimento dei prezzi nel corso dell’anno, con Brent e WTI che toccheranno minimi rispettivamente di circa 54 e 50 dollari al barile nel quarto trimestre del 2026, mentre le scorte continueranno ad accumularsi nei centri di stoccaggio commerciali dell’OCSE. Secondo gli analisti, l’accumulo di scorte a terra sta diventando sempre più rilevante per la formazione dei prezzi, poiché lo stoccaggio in mare è già elevato e inizia a stabilizzarsi.
La solidità dell’offerta resta il principale fattore ribassista. Gli strateghi citano la continua sovraperformance produttiva di Stati Uniti e Russia, insieme a una «produzione venezuelana leggermente più elevata», come elementi che pesano sui prezzi a lungo termine e rafforzano la pressione al ribasso lungo la curva forward.
Di conseguenza, Goldman ha ridotto di 5 dollari a 64 dollari la propria stima di fair value del Brent a tre anni e ha tagliato dello stesso importo le previsioni di prezzo medio per il 2027, stimando ora Brent e WTI rispettivamente a 58 e 54 dollari al barile, poiché l’elevata offerta ritarda il riequilibrio del mercato.
Pur riconoscendo che i rischi geopolitici restano elevati, la banca ritiene che questi genereranno soprattutto volatilità e non un rally sostenuto. «Sebbene le minacce alle forniture soggette a sanzioni possano provocare picchi di prezzo», spiegano gli strateghi, la preferenza dei decisori politici per un’energia abbondante e prezzi relativamente bassi tenderà a limitare i rialzi, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti.
Nel complesso, i rischi per lo scenario sono considerati bilanciati ma con una lieve inclinazione al ribasso.
Oltre il 2026, Goldman prevede una graduale ripresa dei prezzi a partire dal 2027, con il rallentamento della crescita dell’offerta non-OPEC e una domanda che dovrebbe restare solida. Tuttavia, la banca ha rivisto al ribasso le prospettive di lungo periodo, riducendo le stime per Brent e WTI nel periodo 2030–2035 rispettivamente a 75 e 71 dollari al barile, pur sostenendo che una ripresa di lungo termine sarà comunque necessaria per sostenere gli investimenti dopo anni di scarsi capitali destinati ai progetti a ciclo lungo.

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