I prezzi dell’oro sono diminuiti lunedì, sotto pressione per il rafforzamento del dollaro statunitense dopo che i colloqui per un cessate il fuoco tra Washington e Teheran non hanno portato a una svolta, spingendo gli investitori a rifugiarsi nel biglietto verde.
Il metallo è stato inoltre penalizzato dai dati sull’inflazione statunitense pubblicati venerdì, più forti del previsto, che hanno ridotto le aspettative di tagli dei tassi di interesse nel breve termine da parte della Federal Reserve.
L’oro spot è sceso dello 0,6% a 4.720,67 dollari l’oncia alle 01:06 ET (05:06 GMT), mentre i futures sull’oro hanno perso lo 0,9% a 4.743,20 dollari l’oncia.
Anche gli altri metalli preziosi hanno registrato cali: il platino spot è sceso leggermente a 2.047,06 dollari l’oncia, mentre l’argento spot è diminuito di quasi il 2% a 74,3975 dollari l’oncia.
Il dollaro guadagna terreno tra colloqui USA-Iran in stallo e timori su Hormuz
L’indice del dollaro statunitense è salito di circa lo 0,4%, sostenuto dalla domanda di beni rifugio dopo che i negoziati tra Stati Uniti e Iran si sono conclusi senza progressi significativi.
I lunghi colloqui tenutisi in Pakistan durante il fine settimana non hanno portato a una riduzione delle tensioni, con Washington e Teheran ancora in disaccordo su questioni come il programma nucleare iraniano, lo status dello Stretto di Hormuz e il sostegno di Teheran a gruppi militanti nella regione.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha reagito ordinando un blocco navale dello Stretto di Hormuz, precisando successivamente che la misura prenderà di mira in particolare i porti e le navi iraniane.
Il blocco, previsto a partire dalle 10:00 ET (14:00 GMT), aumenta il rischio di un’ulteriore escalation militare. L’Iran ha respinto con forza questa iniziativa.
L’aumento dell’inflazione pesa ulteriormente sull’oro
L’oro è stato inoltre penalizzato dai dati sull’indice dei prezzi al consumo negli Stati Uniti, che hanno mostrato un aumento significativo dell’inflazione a marzo, trainato principalmente dai rincari energetici legati al conflitto con l’Iran.
L’inflazione annua (CPI) è salita al 3,3% a marzo, leggermente al di sotto delle attese del 3,4%, ma in netto aumento rispetto al 2,4% di febbraio.
Questi dati hanno rafforzato i timori che prezzi elevati di petrolio e gas—spinti dal conflitto—possano alimentare l’inflazione a livello globale. Lo Stretto di Hormuz, una rotta fondamentale per il trasporto di energia, è rimasto in gran parte chiuso dalla fine di febbraio, e il blocco statunitense previsto riduce ulteriormente le prospettive di una riapertura a breve termine.
Dopo la pubblicazione del CPI, le aspettative di un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve nei prossimi 12 mesi sono state ulteriormente ridimensionate, secondo i dati CME FedWatch. Questo scenario è generalmente negativo per l’oro e per gli altri asset non remunerativi, poiché tassi più elevati ne riducono l’attrattiva.
Le preoccupazioni per tassi elevati più a lungo hanno quindi prevalso sul ruolo dell’oro come bene rifugio, mentre il forte rally registrato dal metallo fino alla fine del 2025 ha ulteriormente frenato nuovi acquisti.
I dati sull’indice dei prezzi alla produzione negli Stati Uniti sono attesi nel corso della settimana.

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